domenica 21 aprile 2013

AWAMORI, LO SPIRITO DI OKINAWA



L’awamori (泡盛) è il distillato di Okinawa, il più antico del Giappone. Venduto in bottiglie e in orci di terracotta, è prodotto secondo un’antica tecnica thailandese di fermentazione del riso, del grano indica e del fungo nero kōji. Le bottiglie più vecchie hanno prezzi da capogiro. A Okinawa ci sono circa cinquanta distillerie di awamori, fra cui la Zuisen (zuisen.co.jp). 






Sottoprodotto dell’awamori è l'Habushu (ハブ酒), anch’esso a fortissima gradazione alcolica. Tra quello venduto ai turisti - in particolare lungo Kokusai-dōri, a Naha - spiccano i grandi bottiglioni che contengono, oltre alla bevanda, uno o più serpenti Habu (波布, Trimeresurus flavoviridis, della famiglia delle vipere), velenosissimi. Si dice che sia un forte energetico e afrodisiaco. Prezzi spesso velenosi…




mercoledì 17 aprile 2013

NAHA, BRASIL?


Molte tracce, a Naha, ci portano attraverso il Pacifico, fino in Brasile.
Non a caso la città è gemellata a São Vicente.

La prima volta in cui capii di essere finito in un posto strano, a Naha, fu ai fornelli dell'ostello Sora House, la mia prima cuccia in città. Fui travolto dalle chiacchiere birraiole di un ospite all'aspetto giapponesissimo, dalla chiacchiera brasilianissimo. Non ricordo il suo nome, ma ricordo che appena ci mettemmo a parlare in portoghese mi travolse di logorrea, lattine di birra Orion e bistecche di prima qualità portate con sé da Osaka. Mister X era uno dei tanti nikkei, brasiliani di origine giapponese, che vivono a San Paolo e in altre metropoli brasiliane. Trasferitosi in Giappone in età adulta, finito a fare l'operaio a Osaka. Appena poteva prendeva un aereo per Naha, vi passava un paio di notti (birra e musica di Okinawa in qualche locale fino all'alba), poi fuggiva su qualche isolotto minore con uno scatolone di carne e vi faceva churrascos epici. Era l'idolo dell'isolotto, anche perché le bistecche le pagava lui.


Altra traccia brasileira, a poca distanza da Sora House, il Bar Sao Paulo (senza tilde sulla A, perché tanto qui nessuno la saprebbe usare). Il proprietario, Rogério, è un altro nikkei tornato al luogo di origine, svariati anni fa. Molti, infatti, sono i cittadini di Okinawa che, in tempi duri, emigrarono in Brasile. E, in tempi duri in Brasile, alcuni - magari figli o nipoti - hanno fatto il percorso opposto. Il piccolo locale di Rogério è semplice e accogliente. Feijoada una volta alla settimana, ogni tanto accompagnata da una lasagna fatta dio solo sa come, portata delivery da un suo amico americano trapiantato a Naha. La sera che conosco Rogério incontro anche il suo amico americano mentre arriva con la teglia di lasagne. Come gli dico che sono della città delle lasagne si affretta a cambiare discorso.




Altra giornata, altro piccolo sogno a occhi aperti. Mi sto trascinando all'uscita del centro commerciale Palette, quando sbatto contro due oggetti che mi catapultano al volo in Brasile. Si tratta di due orelhões, telefoni di strada brasiliani a forma di racchetta da pelota (più o meno). Un dono della città paulistana di São Vicente (qui sopra la sua fontana con azulejos), cui Naha, poi ho scoperto, è gemellata.


Gemellaggio celebrato nel migliore dei modi a ottobre, durante il Naha Festival, lungo la centralissima Kokusai-dori. Una baraonda carnevalesca di scolaresche ispirate al mito tropicale e festaiolo del Brasile, bande musicali, ballerine di samba mozzafiato e, addirittura, Miss Ryukyu delle colonie nipponiche in Brasile. L'intero arcobaleno, alla brasiliana, per il puro piacere degli occhi degli spettatori. 
























Nella galleria commerciale Heiwa-dōri, sempre a Naha, la campionessa di brasilianità è Midori Onaga (http://www.deepbrabra.biz/), nativa di Okinawa ma con quindici anni vissuti a São Paulo e tre periodi in Mozambico. Il suo portoghese-brasiliano è perfetto, e così la sua simpatia. Nella galleria commerciale ha un piccolo stand interamente brasileiro: bandiere Ordem e Progreso, abbigliamento brasiliano, lattine di guaranà Antarctica, trombe e trombette, tazze e scarpe da ginnastica bandierizzate. Fra le chicche del suo negozietto: un casco da moto a forma di anguria e uno sanshin con la bandiera brasiliana. Ma, al di là della sua bancarella, Midori ha molto altro da offrire. Il nome del suo stand, Punga Ponga (http://www.deepbrabra.biz/shop/), deriva da una danza ombelico-a-ombelico di origine africana oggi diffusa anche nella provincia di São Paulo e di Rio de Janeiro. Midori ne è maestra, così come di samba, tanto da unire i due ritmi a jazz scatenato in un gruppo che spesso si esibisce a Tokyo, con diversi DVD all'attivo. Ha un blog dedicato alla batucada: BBB, ‘Bloco Batuque Brothers’ (http://sambabbb.ti-da.net/, il suo simbolo una goya danzante). La brasiliana-giapponese, inoltre, ha studiato profondamente la cultura delle tribù indigene di Taiwan, tanto da dedicare loro il sito web Good Life Taiwan (http://goodlifetaiwan.ti-da.net/). Donna piena di risorse, dunque, questa simpatica ex paulista.











E, last but not least, la capoeira, che sta prendendo piede anche a Okinawa. Per saperne di più:




lunedì 15 aprile 2013

OKINAWA SOBA, IL PIATTO DI TUTTI I GIORNI



A Bologna tagliatelle al ragù, a Naha Okinawa soba (沖縄そ), nella lingua di Okinawa うちなーすば, Uchinaa Suba. Zuppa con noodle di grano (di diversi tipi, spessori, colorazioni, dal bianco al giallognolo), carne di maiale, alghe konbu (昆布), fettine di kamaboko (蒲鉾, specie di mortadella di pesce; sì, carne e pesce nello stesso piatto, ahimè...), scaglie di katsuobushi (鰹節 o かつおぶし, tonno bonito Katsuwonus pelamis, fermentato, essiccato e affumicato) ed erba cipollina. Noodle vagamente simili agli udon, in una zuppa vagamente simile a quella del ramen. Ogni isola dell’arcipelago, o quasi, sembra avere la propria soba, con noodle diversi. Più arrotondati nelle isole Yaeyama (http://unitalianoaokinawa.blogspot.it/2013/02/yaeyama-le-isole-ai-confini-del-mondo.html), più appiattiti nel resto dell’arcipelago, a volte con una forma molto simile alle nostre tagliatelle. La carne di solito è costituita da fettine di pancia di maiale bollite (san-mai niku, 三枚肉), oppure di sōki (ソーキ, costolette di maiale senza osso). A guarnire il tutto, a volte, qualche scaglia di beni shoga (zenzero sott’aceto). Gli amanti dei sapori forti vi aggiungono un po’ di kōrēgūsu (高麗胡椒, コーレーグース, ‘pepe coreano’), peperoncini piccanti conservati nell’awamori.
   

Variazioni della soba ‘classica’ sono la Sōki soba (ソーキそば), con un’aggiunta extra di costolette, e la Tebichi soba (てびちそば), con zamponi di maiale cotti a vapore, uno degli ingredienti più amati nella cucina di Okinawa. Come molte altre cose nell’arcipelago, la soba è giunta dalla Cina, circa mezzo millennio fa. E così il maiale, animale principe sulle tavole di Okinawa. All’epoca del regno di Ryūkyū la soba era considerato un piatto specialissimo, riservato solo alla casa reale. Quando l’arcipelago fu annesso al Giappone la proibizione di mangiarlo da parte dei comuni cittadini decadde. Mangiare soba a Okinawa, così come altro tipo di noodle in Giappone, è un’operazione non per orecchie delicate. I Giapponesi, che siano rudi membri della Yakuza o delicate signorine appena uscite dal parrucchiere. amano emettere sonori risucchi nell’atto di ingerire la soba. Tanto più è alto il volume del risucchio, tanto più si vuole comunicare che il cibo è gradito. I visitatori occidentali al primo Giappone, di solito, escono traumatizzati (nei valori, nell’educazione, a volte nell’udito) da un ristorantino di soba. Poi, con il tempo, ci si abitua (io, dopo un anno di Giappone, non ce l’ho ancora fatta, parlo per sentito dire).


Polemiche linguistiche e infinite sfumature anche in cucina, nel sempre sorprendente Giappone. Nonostante il termine soba significhi ‘grano saraceno’, la soba di Okinawa è fatta di solo e semplice grano. Negli anni Settanta, quando l’associazione di produttori di soba del Giappone regolarizzò la giungla di nomi che contraddistinguevano gli infiniti tipi di noodle nipponici (secondo la legge un noodle deve contenere almeno il 30% di grano saraceno per essere chiamato soba), Okinawa vinse il diritto di mantenere il marchio ‘Okinawa soba’ perché simbolo dell’arcipelago e della cultura locale, anche se di saraceno non aveva alcunché. Di conseguenza, se siete a Okinawa e siete confusi su questa materia (impossibile non esserlo), e volete mangiare noodle di grano saraceno, sul menù dovrete cercare la ‘Japanese soba’ (日本そば, nihon soba). Chiaro, eh?


(GRAZIE, Wikipedia. Se non ci fossi tu…).