venerdì 27 settembre 2013

ZAMAMI, L’ISOLA DI MARIRIN




Dopo oltre due anni in cui frequento Okinawa, finalmente, ce l’ho fatta: grazie alla $uocera, ho passato ventiquattro ore a Zamami, una delle isole Kerama. Una vera figata, se posso essere sincero. In vita mia ho visto posti più brutti. Tranquilla – forse troppo, per chi ci vive -, in cui la natura domina. Un posto dove staccare la spina, lontano dai lavori condominiali con il martello pneumatico di Naha. Ma cominciamo dal famoso inizio…
   







 


Dopo due ore di barca dal porto di Tomarin (2120 yen, sumo alla TV, meglio impasticcarsi contro il mal di mare), con una veloce sosta alla dirimpettaia isola di Aka, si sbarca al porto attorno al quale si stende il villaggio principale di Zamami. Poche strade, casette basse con shisa folli e altri scacciaspiriti all’ingresso e agli angoli, qualche buon ristorantino e bar, molti diving center. Zamami, infatti, come molte isole dell’arcipelago di Okinawa, è un paradiso per chi ama le immersioni. Acqua cristallina – perfino in porto -, fondali vivi e abbondanti di fauna, ne fanno un luogo ideale per chi ama ficcanasare nel mondo di sotto. Ma arrivarci non è un’impresa per tutte le tasche, soprattutto per chi è sottosottoproletario come me. Una notte in una pensioncina costa circa 50 euro, cena e colazione incluse. Io ho alloggiato alla Hamayuu (4.ocn.ne.jp/~hamayuu/index.html, tel. 098-896-4060 se riesco a leggere correttamente il biglietto da visita…), a un chilometro (?) dal porto. Ci è venuti a raccattare un burbero e corpulento indigeno di poche parole ma molti fatti (ci ha trasportati, dato la chiave di una camera). La Hamayuu è a due passi da Ama Beach in cui la mattina dopo ho nuotato con le tartarughe. Il bello dei sottosottoproletari è che, qualche rara volta nella vita, possono provare ebbrezze da ricchi (l’infinito potere delle suocere). Altrimenti che gusto c’è a essere poveri? Ho pedinato per mezz’ora una tartaruga fantastica, giunta quasi a riva per brucare alghe sul fondale. Ne ho studiato i minimi particolari, soprattutto il pesce che le faceva da guardia del corpo, standole costantemente in schiena. Aveva occhi grandi e cattivi, sembrava uno squaletto in miniatura, ma mi sa che era una mammola. Ogni volta che la tartaruga saliva in superficie se ne staccava, per poi raggiungerla di nuovo appena si immergeva, come un cagnolino che segue il padrone.









Non ho visto balene, se non quelle disegnate sui tombini o quella scolpita all’ingresso del porto, la quale – a seconda da dove la si osserva – sembra salutare o fare il gesto dell’ombrello (in Giappone è di incoraggiamento). Statua circondata da un lungo molo arricchito da murales scrostati dal tempo ma zeppi di sentimento: il mare e l’amore i temi ricorrenti. L’amore, in effetti, è uno dei marchi di fabbrica di Zamami, un po’ una ‘Verona giapponese’. Qui Giulietta e Romeo si chiamavano rispettivamente Shiro e Marilyn – Maririn, se pronunciata alla giapponese – e avevano il corpo di cani. Uno (Shiro) viveva ad Aka, l’altra a Zamami. Si erano incontrati la prima volta quando Shiro era venuto in barca, con il suo padrone, a Zamami, e lì aveva incontrato l’Amore. Da quel giorno iniziò a venire quotidianamente, 3 km A NUOTO, per trovare la sua amata, sulla spiaggia di Ama (nome giapponese, nulla a vedere con l’italiano, se non una coincidenza). La love story durò fino alla morte di Marilyn (1987), cui seguì quella di Shiro, quando aveva diciassette anni. La loro avventura, divenuta famosa, ispirò il film Marilyn ni Aitai (‘Voglio vedere Marilyn’). In entrambe le isole una statua li ricorda, posta nei rispettivi luoghi di partenza (Nishihama Beach ad Aka) e arrivo (lungo la strada costiera, fra l’abitato e Ama Beach a Zamami). Mentre provavo a leggere il titolo del film in giapponese, scritto su un poster, sono inciampato in un kanji davvero ostico (la prima A di ‘aitai’, ‘voglio incontare’). ‘Non potevano usare una semplice A in Hiragana come gli altri caratteri?’, ho protestato con la suocera. ‘Quel kanji – mi ha spiegato come si fa ai bimbi dell’asilo – significa ‘grande passione’, ‘forte sentimento’. Impossibile sostituirlo con una A da due soldi’. Le suocere, purtroppo, hanno sempre ragione.


 












La nostra guest-house, oltre a essere una mangiatoia di tutto rispetto (a orari da caserma: cena alle 7, previo annuncio via altoparlante a tutto il villaggio), noleggia bici da passeggio, moto, auto. Chi vuole girare nell’isola, per quanto abbia i polpacci allenati, avrà bisogno di un po’ di energia extra-umana, per esempio una bici elettrica, indispensabile per affrontare certe salite spezzagambe. Con una di queste, per esempio, si può raggiungere la vicina Furuzamami Beach. Altra acqua cristallina, qualche ombrellone, un cartello contro i corvi scippatori e qualche cretino che gioca pericolosamente con i jet sky a pochi metri dai bagnanti (ahimè, anche in Giappone ci sono). Sui colli, verdissimi, la vegetazione è ricca di specie tropicali che si mescolano ad arbusti sempreverdi che ricordano il Mediterraneo, analogia che ritroviamo sott’acqua, dove triglie e sogliole abbondano. A differenza dal Mediterraneo: zero plastica e altre schifezze assortite che tappezzano i nostri mari. Altra similitudine con il Mediterraneo: la coppietta di milanesi in viaggio di nozze che ho incocciato vagando di notte tra le viuzze dell’abitato. A Naha di italiani non se ne vedono quasi mai, ma nelle isolette minori i gaijin abbondano. Vi giungono direttamente da Tokyo, per un’appendice marino-tropicale al loro viaggio giapponese. Se solo venissero a Naha confezionerei loro un giro della città saporitissimo, ma, si sa, gli Itarians marciano quasi solo a suon di spiagge ‘incontaminate’…


















Dal mare alla tavola il salto è facile, Zamami riserva infinite sorprese anche per i buongustai. Su consiglio del mio amico Osso Buco, un milanese-valenciano che vive a Okinawa, appena sbarcato a Zamami sono corso in una friggitoria situata davanti al porto. “Tempura di tonno, fantastica. Io ne ho mangiati DICIASSETTE pezzi” (Osso Buco sarebbe a dieta). Non ce l’ho fatta a eguagliare il record del mio amico – lui ha le ossa grosse e fa molto sport, io mica tanto -, mi sono fermato alla dozzina. Qua e là nell’abitato, poi, c’è solo da scegliere tra la cucina di Okinawa, i piatti di pesce e qualche locale più sofisticato, come il Tong Tong Cha-Hoo (k3.dion.ne.jp/~tongtong/, tel. 098-987-2235), caffè-ristorante riconoscibile per la bandiera con i colori rastafari. Vi lavora Celso, simpatico nippo-brasiliano, nato a São Paulo ma trasferitosi a Zamami qualche mese fa. Nel suo locale, oltre a una caipirinha fatta come Oxalá comanda, potrete gustare una delizia più unica che rara da queste parti, una coppa di açaí. Di fianco al locale – uno dei pochi dell’isola a essere aperto fino a quasi mezzanotte – c’è una piacevole guest-house, il Cat’s Inn Kerama (catsinnkerama.com, tel. 098-987-2860, prezzi dai 5000 yen in su). Vabbè, ora sono tornato a Naha, Zamami è ricordo. Appena posso, però suocera o non suocera, ci torno.