sabato 22 febbraio 2014

CRONACHE QUOTIDIANE 3



Copio e incollo da Fèssbokk (https://www.facebook.com/pages/Un-italiano-a-Okinawa/1387722384777486), gioco facile.



Sono recidivo. Quando mangio da schifo mi piace rifarlo (non chiedetemi perché, non lo so). L'altro giorno sono tornato da Nocello, un caffè sotto casa che di italiano ha solo il nome e una bottiglia vuota di Nocello esposta in una teca, e PER LA SECONDA VOLTA ho mangiato un rokomoko, l'imitazione di un piatto hawaiano in realtà chiamato loco moco (poi giapponesizzato con un par de K e una R al posto della sconosciuta L). Lo sbobbone consiste in riso bianco in ammollo in una specie di curry bagnaticcio. Sul riso ci sta appollaiato un mini-hamburger, sul quale a sua volta si adagia flaccidamente un uovo al tegamino sgonfio. Nella broda galleggiano pezzettini di insalata e una fettina di avocado. Il piatto è così succulento e sostanzioso che appena esci da Nocello ti verrebbe di andare a mangiare una bistecca (da un'altra parte). Potete scommettere che a breve lo rifarò.



L'altra sera sono finito dentro a un grande teatro a Yogi Park, a pochi minuti da casa. Mi ci ha tirato per una manica uno dei gestori del locale, un palazzone in piedi da quarant'anni. Quasi con le lacrime agli occhi, il tipo mi ha raccontato che l'edificio è destinato a essere abbattuto entro un anno. Il teatro è un punto di riferimento per le persone dagli -anta in su. Vi si tengono spettacoli di danze tradizionali di Okinawa e un'infinità di eventi locali. Come mi spiegava Pietro 2 (il proprietario del ristorante Volare), il motore dell'economia di Okinawa sono le costruzioni, di solito sintomo di mercati terzomondisti in ascesa e/o di soldi non pulitissimi. L'amico del teatro mi ha semplificato lo schema del denaro da queste parti: gli americani allargano le loro basi, vi portano i nuovi elicotteri Osprey, e Tokyo compensa l'altrimenti povera Okinawa con una cascata di denaro. Questo serve ai palazzinari locali che, con amici nel governo locale, fanno buoni affari. Non importa se stanno radendo al suolo ogni traccia di antichità, di casa tradizionale o di luoghi-simbolo per le vecchie generazioni. Il mattone fattura, i vecchi tanto scompariranno, prima o poi.


L'altra sera, insegnando inglese, ho chiesto ai miei studenti perché lo volessero imparare. Una giovane fanciulla mi ha risposto “Per trovare un boyfriend straniero”. Sincerità rara, da queste parti. Non ho osato chiederle 'Perché, che cos'hanno di sbagliato quelli indigeni?' (qualcuno avrebbe potuto offendersi, anche se sono certo che tutti lo abbiano pensato). Ho trasformato la domanda in un più curioso "E di che Paese vorresti che fosse 'sto boyfriend?”.”Africa”. Improvvisamente mi sono sentito sottodotato e ho cambiato argomento.



Sempre a proposito di lezioni di inglese e di stranieri. L'altro giorno, nella scuoletta in cui occasionalmente insegno e in cui quattro giorni alla settimana lascio tutti i miei neuroni nella mission impossible di imparare il giapponese, è arrivata una nuova maestra. Ha le forme di un cinghiale ma cammina su due zampe. Obesa, è del Colorado. Bionda patinata, trippa a strati, mammelle XXXXXL, jeans verdi strappati ad arte, e che arte, ferramenta in faccia, trucco pesantissimo, un tatuaggio su un piedazzo gonfio e, soprattutto, una vociazza VERY LOUD da pescivendola di Vucciria. Durante una pausa si/ci chiedeva: "Come mai quel bambino è scoppiato a piangere mentre stavo insegnando?". Eccecredo, che è scoppiato a piangere. Anch'io, a cinque anni, se avessi visto una roba così avrei iniziato a ululare. Gli americani, nel canyon, non li hanno gli specchi?



Un piccolo aneddoto sulla vita giapponese che può interessare a quelli di voi che mi chiedono com'è il mondo del lavoro qui. All'inizio dell'anno scorso feci un servizio su Okinawa per la rivista gerundia Viaggiando. Mi diede una mano l'ente del turismo di qua, sponsorizzandomi quattro notti nelle isole Yaeyama (Ishigaki, Taketomi, Iriomote). Il tempo era schifosetto - era gennaio -, ma riuscii comunque a fare un buon lavoro. Il servizio (copertina e 14 pagine interne) fu pubblicato in concomitanza alla BIT, l'orgia milanese del turismo, alla quale partecipò anche l'ente del turismo di Okinawa. Tutti (io, rivista, ente) facemmo un figurone e ricevetti una carriolata di complimenti dall'ente. Per stare sul sicuro, prima della pubblicazione l'ente mi aveva dato un CD di loro foto che avrei potuto usare liberamente (ne usai zero). Alcune erano molto belle, altre sembravano foto ricordo di una sposa in viaggio di nozze. Passata l'ondata dei complimenti, chiesi all'ente se avessero voluto acquistare qualcuna delle mie 'bellissime' (giudizio loro) foto. Seguì un periodo di silenzio. Sollecitai una risposta all'impiegata che mi aveva fatto da badante durante tutta l'avventura. Risposta: "Mi spiace, Pietro, quest'anno abbiamo deciso di ingaggiare solo fotografi giapponesi". Nemmeno alla fine degli anni Ottanta, quando iniziai a lavorare ed erano di stramoda i fotografi americani - bastava che si chiamassero John e avrebbero spazzato in un secondo le proposte di un nostro qualsiasi Marco/Stefano/Paolo, anche se questi ultimi fossero stati fotografi mille volte migliori dei john - qualche photo editor mi aveva dato una risposta così, per rifiutare le mie foto. Morale della favoletta: da queste parti siamo e saremo sempre la seconda scelta, non importa quanto bravi nel nostro/vostro campo.



Mi sa che per una volta il mio blog 'Un italiano a Okinawa' sia stato preso seriamente sul serio da un serio ricercatore. Ieri qualcuno ha digitato la frase di ricerca 'menopausa okinawa'. Non ho dati a disposizione sull'argomento, mi dispiace. Tutto quello che posso dire a riguardo è che qui circolano un bel po' di nonne. Non so se siano in calore, non ho mai toccato con mano. Certo è che tra luglio e settembre fa caldo assai, è tutto uno sventolare di ventagli. E la gente si riproduce. Gli okinawesi sono un po' terroni, in controtendenza ai milanesi di Tokyo. Le oba-chan, le nonne locali, sono simpatiche e vestono una moda pigiamino-style che mi ricorda i Grandi Magazzini Cotti, della mia infanzia a Bologna. I GMC erano riforniti direttamente dall'Unione Sovietica e mia nonna Paola mi ci portava ogni tanto a comprare un cappottino in finta pelle, al tatto cartonato. I GMC erano enormi e venivano derubati una volta alla settimana. Puntando più sulla quantità che sulla qualité, fatturavano di brutto. Con tutti i tossici che giravano a Bu negli anni Settanta, erano diventati il bancomat pre-pusher. Poi, come tutte le cose belle del mondo, hanno chiuso bottega. Qui a Naha ritorno bambino, è pieno di negozi che mi ricordano il Sig. Cotti e la sua merce pregiata. In tempi di fèscion compulsiva, sono un gran bel vedere, per me.



Questo Signore è uno degli eroi metropolitani di Naha, almeno per me. Passa gran parte delle giornate sotto i viadotti di Shintoshin, quasi sempre seduto sulla suo moto-circo. Ha sempre la radio accesa a volume alto, di solito sintonizzata su un'emittente che trasmette musica americana. Il suo abbigliamento non è uscito dalle ultime collezioni di Milano o di Parì, ma non per questo non passa inosservato. Non gli ho mai parlato - di solito sembra molto intento a farsi gli affari propri, mentre vegeta sulla moto -, ma stasera l'ho incontrato a un semaforo e gli ho chiesto se potevo fargli una foto, oltre al sì, mi ha regalato un bel sorriso. C'è gente più brutta, in giro, direi.



Un venditore di carne di porco nella galleria commerciale Heiwa-dōri espone con orgoglio questa foto fatta durante l'ultimo tour di chiacchiere elettorali di Abe-san. Mi ricorda tanto quelle dei berluscones. Se adattata all'Italia, secondo voi, che cosa venderebbe il commerciante?



Sì, d'accordo, viva la figa, ma anche VIVA LA MAMMA!!! Ho appena ricevuto l'ultimo scatolone regalo dall'Italia e ingoiato una fetta di pane con la N-U-T-E-L-L-A. per quelli di voi che sono in Italia sarà roba noiosetta, ma per noi emigrati qui su Marte questi sono i Veri Valori, altroché tricolori. nel pacco, inoltre: grembiale con salumi, indispensabile per il mio workshop di pappe; scarpe buone per giocare al professore; grammatica inglese del 1944; crema di aceto balsamico; wafer Loacker per Satoka; DUE libri di Erri De Luca; una moka; altro ciarpame utile, assortito e gradito. ci accusano, a noi italiani, di essere mamma-dipendenti. se questa è la dipendenza, mi/vi dico, allora viva la tossicodipendenza. MAMMA RULES!


CARA MAMMA, anche se non leggi Fèssbokk ti ringrazio di cuore per il regalissimo che ho ricevuto oggi. Il tuo pacco - 5 kg. di generi alimentari come tangibilissimo regalo di compleanno - è arrivato! Viva le dogane giapponesi! Ed evviva le mamme! Soprattutto le mie! In questo ritratto la gioia per tanto benessere. Mi sono fatto una sciarpa di salamini. Poi una piadina con parmigiano, mortadella e rucola. Antichi sapori... Dunque la dritta di Denis era vera: se spediti dall'Italia, i frutti del Signore qui arrivano sani e salvi e intonsi. Se spediti dal Giappone all'Italia arrivano agli eredi e tassati fino al midollo. 48 baci alla SuperMamma! IN MORTAZZA I TRUST!



Questo è un Paese per vecchi. Non so voi, ma io non mi ci vedo a invecchiare in Italia. Lì posso scegliere se concludere il mio percorso spalmato da un'auto sulle strisce pedonali, preso a legnate da un malandrino che mi fotte il salvadanaio o di malattia brutta in attesa che al CUP mi trovino un posto libero per una visita dopo quindici anni. Il Giappone non sarà il Brasile in termini di divertimento ed estroversione, ma in fondo il divertimento uno se lo può creare con le proprie manine, e così l'estroversione (qui basta poco, basta essere italiani, anche valdostani). Non è che a quasi quarantotto anni mi senta già in pensione, ma se oggi dovessi scegliere dove comprare la dentiera presumo che sarebbe qui. Le strisce pedonali le hanno dipinte non per consumare vernice bianca, i ladri e i rapinatori sono Hollywood e in ospedale, mediamente, ci provano a salvarti le chiappe prima che siano cibo per vermi, non dopo.
questo è pure un Paese per segaioli. L'altro giorno sono passato davanti a un 'kombini' (convenience store), uno di quei negozi che vendono di tutto un po', sempre aperti e a diffusione capillare in Giappone. In un attimo ho visto un affresco che mi ha detto tutto, o quasi, sui rapporti fra uomini e donne da queste parti. Sulla sinistra, vicino all'entrata, una stragnocca in divisa da fighessa (tacchi a spillo, gambe da giraffa porna, capelli biondi verissimi, espressione da 'ce l'ho solo io ed è d'oro tempestata di diamanti sudafricani estratti con il sudore degli schiavi' stampata sul visino da bambolina cattiva. Sulla destra, all'interno del negozio, tre esemplari maschi di età variabile (16-55?) che sfogliavano avidamente i manga zozzi. Zero sguardi alla fighessa di carne e tacchi, ma sguardo fisso, penetrante se non addirittura chiavante, sulle bambole disegnate. Un girolamo qualsiasi sarebbe uscito di corsa e le avrebbe rivolto una domanda di quelle profonde ('che ore sono?/sai dove passa il 69?/a che ora si tromba in famiglia da te?), ma i tre avidi lettori probabilmente non si sarebbero azzardati a rivolgerle uno sguardo manco alla manko, manco se questa fosse stata offerta loro su un vassoio d'oro tempestato di diamanti sudafricani estratti con il sudore indovinate di chi. Troppo timidi, troppo introversi. Qui pippa rules, ahiloro (ahiessi, per i puntigliosi della grammatica)!



I giapponesi hanno la fissa degli hobby, parola che non sentivo pronunciare quasi fin dalle elementari. Sia al corso di giapponese sia un bambino della scuola Takara mi hanno chiesto quali fossero i miei hobby. Al corso c'è chi ha detto 'suonare il pianoforte', chi 'bere il tè'. Io ho risposto: 'dare croccantini ai gatti randagi'. Di solito metà delle persone che mi ascoltano scoppia a ridere, l'altra metà mi guarda come si osservano i marziani che ti hanno appena parcheggiato in giardino.



Una vecchia (e attualissima) storia, di cui si parla troppo poco. I militari americani, i veri padroni di Okinawa dalla Seconda guerra mondiale in poi, hanno impestato il suolo e il sottosuolo. Nelle (poche) terre restituite alla popolazione, usate per anni come basi militari, c'è tutta la merda degli incubi peggiori. Un'amica mi ha raccontato di una scuola costruita su uno di questi terreni: a parte il fatto che sta lentamente affondando, buona parte di chi vi ha studiato oggi soffre di malattie assortite (asma, tiroide ecc.). Quand'è che la gente di Okinawa, tutta, si sveglierà dal torpore della dollaro-dipendenza e li manderà a impestare il Grand Canyon?



Nei cieli di Okinawa gli aerei americani impestano l'aria, alle acque del mare domani ci penserà la Costa Atlantica, una nave da crociera con un paio di migliaia di testine a bordo. Approderanno e passeranno una giornata qui, poi alla sera via dritti fino a Shanghai. Turismo di quello che approfondisce le culture indigene, che va a fondo dei perché. I passeggeri non sono tutti girolami, ma soprattutto asiatici. Domattina presto, quando andrò a scuola, magari prima farò un passaggio veloce in porto a dire ai pescatori di spostarsi, sai mai che al timone della moldava ci sia Schetty.



Ieri, al mio workshop di lingua e cultura italiana, è stata dedicata un'ampia parentesi ai gesti scimmieschi di noi girolami. Il mio preferito, da quando l'ho scoperto, è quello siciliano in cui, puntando il nemico con la manina, si fa il gesto del pollice che scava e gli catapulta addosso il contenuto del sottounghia del medio ('Non vali nemmeno la cricca del mio dito'). Fra gli students, invece, hanno avuto un gran successo le corna, cui è seguito l'esempio grammaticale alla lavagna: "Mia moglie mi fa le corna con il mio migliore amico". Mia moglie, che era fra gli students, si è messa a ridere, ma la sua compagna di banco ha sgranato gli occhietti, tutta scandalizé, chissà perché.



Tornando a casa, oggi, sono inciampato nell'ennesima italianata. Lo slogan completo, in origine, era "Scena d'uno che, in fondo, voleva solo chiavare, e poi si è trovato a dover pagare veli e damigelle e chicchi di riso". Il grafico, però, lo ha trovato troppo lungo, quasi wertmülleriano, e ha tagliato conservando solo il nocciolo dell'essenza.



Questo gentiluomo imperversa per le vie di Naha manifestando quotidianamente il suo Amore per i gringhi. Lo fa rumorosamente, con un altoparlante piazzato sul tettuccio della sua automobile. Il suo Amore è così americano che sulla portiera ha un poster adesivo con la scritta We love Osprey, in un'isola in cui in media due abitanti su tre ce l'hanno a morte con i nuovi elicotteri da guerra americani che frullano aria, uccelli, timpani e, ogni tanto, quando si schiantano, boschi e case e gente. Ho come l'impressione che durante il suo corso di studi abbia saltato il capitolo dedicato a Hiroshima e Nagasaki.



OK, finalmente ho trovato pace. O, almeno, una pizza degna di tale nome. Ieri sera il mio amico Osso Buco mi ha invitato a consumare il suo stipendio a suon di pizze e io, da buon amico, quando un amico si trova in una situazione difficile e ha bisogno di aiuto, non mi sono certo tirato indietro. Per cui siamo andati da Bacar, la pizzeria più pregiata (e costosa) di Naha. Lì le pizze sono la metà e costano il doppio di quelle italiane, però ti fanno ricordare che, ogni tanto, il cibo non è solo un mattone per placare la fame. Osso Buco ha parcheggiato l'auto a calci e spintoni e martellate, poi abbiamo raggiunto la mangiatoia. Il locale, purtroppo, ieri sera festeggiava i cinque anni di buoni affari, per cui zero tavoli, servizio a buffet, troppa ggente, anche se ho visto che in giro c'era da fare del bene. Abbiamo quindi dirottato su Minatogawa, l'isolato di ex baracche militari americagne a Urasoe, oggi convertito in negozietti e ristorantini uno più bello dell'altro. Siamo andati alla Pizzeria Onda, del biondo Suzuki, ma di Tokyo e con Napule nel cuore (e sulle pareti del locale, Maradona incluso). Viste le dimensioni, abbiamo ordinato 4 pizze per 2 girolami, ma Suzuki ce ne ha date solo 3, perché le aveva già spacciate tutte. Erano così buone che Osso Buco ha passato il resto della sera a ringraziarmi. Mi sa che oggi ci torno. GRAZIE OB!



Muratori scatenati, a Naha. Stasera ho saputo che nelle bella e desolata Senaga-jima, l'isoletta di fronte all'aeroporto di Naha, a breve sorgerà l'ennesimo incubo architettonico: un villaggio turistico ispirato a Santorini, Amalfi e a una località del litorale francese. Proprietari gli stessi che hanno l'unico edificio appollaiato sulla collina dell'isola, un grande albergo-onsen dall'imponenza sgraziata. Nel nuovo ghetto per turisti ci dovrebbero essere ristoranti e negozi, una volta tanto non di catene ma di privati all'insegna di una pseudo-qualità. Fosse per me lascerei l'isola ai gatti randagi, ma non mi hanno ancora dato le chiavi del Giappone.



cari Fèssamici, scusatemi per il silenzio stampa di ieri, ma come si dice a Okinawa, avevo troppi cazzi e manco una manko a cui pensare. Ieri ho fatto NOVE lezioni, sono tornato a casa che non mi ricordavo il mio nome. Detto ciò, vi voglio raccontare che stasera, finalmente, sono riuscito a mangiare una pizza verace da Bacar, forse il locale più cool di Naha. Appena arrivato mi sono subito girati i maroni, perché anziché darmi un tavolo come le mie chiappe reclamavano dopo una settimana dedicata ad americanizzare i bimbi giapponesi mi hanno dato un posto-banco. Mamma e babbo, quando trombarono qualche tempo fa, mi fecero italiano e non irlandese con le lentiggini, i capelli rossi in giro a frequentare pub. I camerieri, poi, fanno i fighi, e il prezzo della pizza non è per tutti i proletari (circa 11 euro una margherita). Detto ciò, e soprattutto addentata la pizza, li ho perdonati al volo. Pummarola e basilico di prima scelta. Pizza ottima, con la sfiga di essere pizza giapponese, dunque la metà di quelle per gli umani. Come ho fatto il gesto del doppio pollice alzato, alla Renzi, cioè volevo dire Fonzie, il pizzaiolo ha indossato un sorriso XXL ed è venuto a chiacchierare con me. Simpatico, è il proprietario del locale e a Napoli ci ha passato un solo mese, ma deve aver imparato molte cose buone della città. Parla italiano piuttosto bene. Last but not least, il locale ha una certa concentrazione, piuttosto altina, di gnocca. Mi sa che ci torno.



Amo il Giappone e Okinawa, fra l'altro, perché non sono intasati di dèi. Venendo da un Paese in cui il prete mi fotteva i soldini delle benedizioni pasquali ed essendomi trascinato per venticinque anni in luoghi in cui la ggente faceva (e continua a fare) a gara per stabilire che il proprio dio è migliore degli altri, finalmente ho trovato un angolo di globo in cui gli umani pensano soprattutto alla quotidianità concreta e poco alle ipotesi per il Dopo (quando arriverà il mio dopo ci penserò; prima ho da fare). Senza nulla togliere al fascino dei templi e dei riti shintoisti e buddhisti. Oggi mia madre mi chiede notizie sulla religione in Giappone, a lei ignota. Le ho mandato un pratico link a Wikipedia, il Suo nome (mamma, Wikipedia) sempre sia lodato.



Nella foto qui ritratto Pietorosensei durante una lezione di lingua e cultura girolama. Nel dettaglio, il momento in cui cita un parallelismo global-linguistico con il Brasiu, dove il gesto gringo 'OK' corrisponde al terzo occhio (sfintere) e alla frase ritrita 'vai tomar no cú', liberamente traducibile con l'abusato 'vaffanculo'. Paese che vai, dita che trovi. (foto per gent.ma concessione di Sato9, la mia fotografa personale). P.S.: le parti intime sono coperte da uno spettacolare panetón peruviano D'Onofrio, un dolce regalo di Eri-san-chan.



L'altro giorno, a una lezione di inglese per adulti (niente robe hentai, purtroppo), ho lanciato nell'aria la domanda provocatoria (di cui non avevo ipotesi di risposta nel mio cervelletto): "Secondo voi, perché i giapponesi hanno (bisogno di) così tante regole?". Un gentleman mi ha dato una risposta davvero intelligente, che appoggio nonché sottoscrivo: "Perché siamo molto timidi e le regole ci danno un senso di sicurezza. Seguendole non rischiamo di metterci in gioco." Nel caso qualcuno fosse ancora lì a chiedersi perché Abe è primo ministro...



Al mio corso di italiano ho due studenti che si chiamano rispettivamente Katsuji e Higa, vorrei vedere le facce dei girolami che incontreranno durante un loro viaggio nel Bel Paese dei Forconi, dopo che si sono presentati. Katsuji, per gli amici un più innocuo 'Kiji', l'altra sera ha lasciato al segno. Durante un momento in cui immaginavamo una scena al ristorante, volendo chiamare il cameriere ha alzato la mano e, con cenno da avventore affamato, ha declamato:'carabiniere!'.



Bel pomeriggio, ieri, con Satoka, Tomoka e il basettuto Denis, in arte Tennis. Prima un ragù bulagnese come nonna Giorgina comandava chè muà, poi un po' di shopping (Denis va in Italia per natale e aveva bisogno di souvenir), poi un caffelatte+torta da Trois (un piacevolissimo caffè che di francese ha solo il nome) e, dulcis in fundo, overdose di empanadas dall'oba-chan di Sudaka. Qui la suddetta, assieme a Tomoka e a Tennis, mentre fanno un paragone fra l'ombrello semi-antico appena comprato dal mio amico a prezzo di banana e quello della proprietaria del locale. Ho evitato di ricordare loro che aprire gli ombrelli al chiuso porta sfiga. A noi si è manifestata immediatamente: mentre mangiavamo l'oba-chan ha aperto i rubinetti della memoria e ci ha tenuto un monologo di un'ora sulla sua infanzia, tutto in spagnolo porteño di cui Satoka e Tomoka non hanno capito un coño. Tutto era partito dalla mia domanda (sbagliatissima): 'E... l'Argentina?'. Speravo che mi raccontasse di antiche trombate a suon di tango, e invece si è buttata in un pozzo di ricordi infantili ambientati fra Kyushu, le Filippine e le Hawaii, dove il padre e prole erano emigrati a più riprese. Argentina: zero. Poi ha squillato il telefono, abbiamo imboccato la porta e ci siamo salvati el culo.



Quadretto lurido ma fantastico che ho stanato nel mio negozio preferito di ciarpame usato a Naha, di proprietà di un'oba-chan al mercato Sakaemachi. Sto scrostando tre dita di cricca dal vetro che le ricopre, ma sotto c'è l'oro. Non so di quale serie/collezione si tratti, ma meglio così. I misteri, se svelati, a che cippa servono? Costo del Van Gogh: 700 yen, circa 4,918 eurosss.



Questo il mio pranzetto di oggi, a base di avanzi della festicciola molto internèscional di ieri sera al circolo di (tentativo di) studio del Nihon-go. Più che una festicciola linguistica è stata un'orgia di cibi. La parte del leone l'hanno fatta gli sbobboni filippini, alcuni ottimi, altri meno (tipo cheese macaroni con uvetta e ananas). L'amico inglese Jon ha fatto uno stufato delizioso, la belga Vera un litro di cioccolato 5*sciolto con lo yogurt (ne ho ingollati tre bicchieri). Io, come da copione, ho contribuito con una girolamata, portando (in autobus, ahimè) una cofana di penne al tonno e pomodoro (e ridajie), che fanno sempre la loro porca figura. Hanno spezzato le reni ai cheese macaroni, tant'è che a casa ho riportato la fiamminga vuota spazzolata. Nel mazzo c'erano anche indians, l'argentina Carolina, la peruviana Carmen (stizzita perché nella sala addobbata a festa tra le tante bandiere mancava quella peruviana) e un russo della Siberia che dire che era strano è poco (da quelle parti il gelo fotte i cervelli). Poi vorrei dire che di buono delle Filippine non c'era solo il cibo (e qua mi fermo, tengo famiglia). In attesa che qualcuno mi faccia avere le foto - da buon fotografo ho lasciato a casa la Nikon, e mi rifiuto di fare foto con il telefono - qui vi allego il mio piattino di avanzi, accompagnato da riso in bianco di Fuckushima. Bon apetì. BURP.



Abbuffata di pre-natale, ieri a casa di Tomomi-san-chan. Abbiamo mangiato dalle 3 del pomeriggio alle 11 di sera (notte?), che fa OTTO ORE di masticazione non-stop (ciononostante stamattina sono riuscito a mangiare una fetta di panettone). L'amico Kiji, qui ritratto in abiti discinti mentre assieme a Satoka lava i piatti fra la 68esima e la 69esima portata, ha bevuto sangria per otto ore. Sangria fatta con vini pregiati italiani, anziché con quelli da due soldi che usano tracannare gli ammazza-tori. Kiji è uno dei miei studenti di italiano più entusiasti. Gli ho chiesto che diamine se ne fa della lingua di Dante, e mi ha risposto: 1) così posso parlare con te (me); 2) sono fanatico di calcio, così capisco che cosa dice Zaccheroni (gli ho spiegato che i calciatori e gli allenatori usano un linguaggio facile e ripetitivo - abbiamo vinto/perso perché -, congiuntivi-privo, e dunque tra qualche mese sarà in grado di capire tutti i misteri del calcio italiano). La moglie Ema non ne può più di rispondere alle sue domande in italiano (Kiji usa Ema per ripassare), di cui non capisce una cippa. All'orgia culinaria, a un certo punto, è arrivata una femmina accalorata, era tutto uno sventolarsi. Kiji ha detto: "è calda?". Voleva dire 'ha caldo?'. Io sono rotolato sotto il tavolo a ridere, poi gli ho spiegato perché.



Alla fine Satoka ha rinunciato (per ora) al secondo gatto domestico. 'Juju', questo il suo nome, è stata adottata ufficialmente da Namiko-chan, l'amica che aveva accettato di farle da badante la settimana scorsa, da quando Sato l'aveva raccolta dalla strada e io mi ero preso una pausa per riflettere se fare il bis di gatto. Quando Namiko ce l'ha riportata aveva una faccia da funerale: ormai si era irrimediabilmente innamorata dalla micina. Quest'ultima, poi, gioca di brutto con Bebe, il cane di Namiko. Dunque cosa fatta capo ha: tutti vissero felici e contenti (almeno finché Satoka non mi trascinerà, temo presto, ad adottare un altro gatto da Cherubims, l'associazione di Chatan che ha una duecentocinquantina di gatti in attesa di una nuova famiglia).



Ieri, mentre mi trascinavo con Satoka fra i centri commerciali di Shintoshin in missione di shopping natalizio (un pain-in-the-ass che le concedo solo a natale+compleanno), ho incocciato tre facce che in una frazione di secondo ho ipotizzato girolame. Li ho osservati mentre confabulavano, poi ho buttato un orecchio, erano davvero girolami (2 uomini + 1 donna), de Roma. Ho attaccato bottone (non lo faccio quasi mai, di solito fuggo dai compatrioti, ma ieri era vigilia di natale e mi sentivo buonissimo), mi hanno raccontato di essere in Giappone per la SESTA volta, a Okinawa per la prima. Sarebbero stati a Naha per soli due giorni, e nel mio cervelletto mi sono chiesto perché diamine sprecassero il loro prezioso tempo in una delle zone più insulse e prive d'anime della città (a Shintoshin un cristiano credente ci va solo per comprare cibi importati o ad osservare la sorca), mi sa che erano in fattanza da shopping pure loro. Anche l'anno scorso avevo avuto un incontro del tutto simile. Qualcuno è in grado di spiegarmi perché gli italiani hanno la smania dello shopping? A che cippa serve?



Fiuuuuuuu, oggi Santo Natale, l'ho scampata bella dal dentista. Temevo l'estrazione di un dente del giudizio, mi ha stanato solo qualche carietta. Direi che è il migliore dentista della mia esistenza (dopo mio cugino Bruno), per di più sotto casa. Igiene massima, TV accesa davanti alla sedia mentre sei a bocca aperta, lastra dei raggi x illustrata dente per dente, due infermieresse con calzini porni. Oggi mi ha curato una carie. Costo dell'operazione (raggi + cura): circa 20 euro. Che diamine volere di più, oggigiorno, da un dentista? Domani ci torno.



Serata piacevole con l'amico Koji-san di Gunma. Domani partirà in bicicletta per raggiungere Takae, dove gli eliporti dei militari americani stanno frullando la foresta e le bestiole che vi abitano. A tavola, stasera, si è disegnato un tenugui da applicare sulla schiena con scritte contro le basi americagne. Tutto ciò mentre Abe e il governatore di Okinawa stanno decidendo che fare della base di Henoko (dugonghi in forte pericolo). Il gesto di Koji è simbolico e non influirà sulle decisioni di Abe, ma ci ha fatto piacere sapere che in Giappone non tutti sono lobotomizzati dalla TV e lasciano fare ad Abe tutto ciò che vuole. BUON VIAGGIO, Koji!



Nonostante io sia 'bimbo' (povero, in giapponese), abito a due passi dal governatore di Okinawa. La sua reggia è arroccata su una collinetta che domina Yogi Park, a pochi metri dall'albero alla base del quale vive la mia gattina randagia preferita. Mentre Abe a Tokyo sta decidendo di calare ancor di più le brache per quelli che tempo fa regalarono un paio di atomiche ai giapponesi, e dunque concedere l'ampliamento della base americana di Henoko, con la conseguente distruzione dell'habitat dei dugonghi, stamattina qualcuno è venuto a protestare davanti al cancellone della reggia. Sono gli stessi ambientalisti che da oltre dieci anni presidiano la parte esterna della base di Henoko. La loro manifestazione influirà sulle decisioni di Tokyo più o meno quanto la mia ricchezza influisce sul PIL italiano. Ma è bello sapere che qualcuno in Giappone è vivo.


'A governatò, diccelo tu, ad Abe, che i suoi amici rambi hanno stracciato l'anima. Magari, dì pure ad Abe che li può ospitare nel suo giardino, se PROPRIO ritiene che siano indispensabili. Arigato gozaimashita.' Questo il messaggio che ho captato poche ore fa, fuori dalla casa del governatore. Se i soldi che ho speso in lezioni di giapponese sono serviti a qualcosa e ho capito bene.



Gli amanti-conoscitori del Giappone penseranno che io abbia scoperto l'acqua calda, ma solo ieri sera, grazie al saggio consiglio dell'amica Tomomi, ho visto il film 'Tampopo'. CAPOLAVORO. Suggerisco vivamente a tutti voi di stanarlo al più presto, scalderà il vostro post-Natale al triplo colesterolo. Un avviso ai consumatori: dopo che lo avrete visto, le uova che avete in frigo non vi sembreranno più le stesse.



Oggi ho avuto un'esperienza più unica che rara. Sono stato al ristorante 'italiano' 'Il Fiore': non aveva UN SOLO piatto italiano. Fried rice, curry, insalata fai-da-te e poco altro. I tre cuochi avevano alti cappelli e il tricolore al braccio, sembrava il 25 aprile. Al buffet, volendo PROPRIO stanare qualcosa di italiana memoria, c'erano delle penne al sugo Wakaranai (Cazzo-ne-so) e spaghettini da ospedale (i più gettonati in Giappone) al sughetto vediamo-che-cosa-è-rimasto-in-frigor. Come dolce simulacri di tiramisù e di gelato al gusto di freddo. Di più non saprei direi, se non un ARIGATO a Mimì che ha pagato il conto (se avessi dovuto pagare io sarei qui a piangere, altroché a scrivere minchiate su Fèssbokk). Appena posso non ci torno.



Ieri ho saputo di aver offeso, con le mie Fèsschiacchiere, l'amico Piero, semplicemente per aver scritto che si sta facendo il mazzo per pochi soldi. Caro Piero, qui mi scuso (non ho i tuoi contatti, ma forse ogni tanto segui questa pagina). Permettimi, però, di specificare. Per me la Vera Arte pulsa nei panettieri, muratori, lattai ecc., in quelli cioè che si svegliano con il gallo e si sbattono (come avrebbe detto il Grande Chinaski, tutti buoni cazzi che si fanno mazzi). Altroché artisti da galleria di Chelsea a Niu Iorch. Se ho accennato alla tua condizione era solo per dare un quadro del lavoro a Okinawa ai tanti girolami in fuga dal Bel Paese o da altre zone del Giappone che mi contattano per avere notizie (sogni) a riguardo. GIAMMAI sfotterti (perché mai dovrei?), ok? RESPECT, un abbraccio e in bocca al lupo per la tua nuova creatura!



Orgia di pizze veraci, ieri sera, alla pizzeria Onda di Minatogawa (Urasoe), a conclusione del mio workshop di lingua e cultura italiana. C'erano anche students dei corsi di fotografia e cucina. Tutto molto piacevole, anche perché accompagnato da birū Moretti e Peroni, nonché da panetòn peruviano D'Onofrio gentilmente offerta dall'amica Eri-chan (ieri è stato il suo ultimo giorno di lavoro prima di una breve vacanza in Italia, ha voluto festeggiare al meglio; GRAZIE e BUON VIAGGIO, Eri!). Mentre stavamo uscendo dal locale sono incocciato nel TERZO Pietro di Okinawa (su una decina in tutto di girolami da queste parti mi sembra una percentuale dominante, cui va aggiunto Piero). Una gamba a Tokyo (lavoro, dove fra l'altro fa l'attore, testimonial della FIAT 500 in Giappone) e l'altra a Okinawa (famiglia), sembra che presto si trasferirà qua in pianta stabile. Di Napoli, in Giappone da vent'anni, di cognome fa CRISTO (lo giuro, non è una battutaccia). Mi ha raccontato che quando si è presentato a un prete italiano a Osaka questo (questi, per i linguisti) lo ha quasi scacciato dalla chiesa, pensando che fosse andato lì per bestemmiare. Ho riso per un minuto buono. Benvenuto nella comunità tricolore, Pietro3 nonché Cristo!



L'unico raccolto tangibile dello shopping di oggi è stato un paio di scarpe Robe di Kappa modello 'Legare' (nome del cazzo e quattro bandierine dorate sul tallone che Satoko ha cancellato al volo con un pennarellone nero). Premesso che non ho mai comprato robe di Robe di Kappa, se non forse una maglietta negli anni Settanta, perché ho sempre avuto troppa puzza sotto il naso per le 'robe' e per le kappa, oggi il paio che ho preso era il famoso meno peggio in un negozio con circa un triliardo di scarpe. Made in China, ovvio (qualcuno fa le scarpe altrove, oggigiorno?), a prezzo ridicolo. Ho visto di peggio in giro (le Nike con tutti i colori fosforescenti dell'arcobaleno le lascio ai rap-hip-hoppers). Tornato a casa, Tabi-chan, la nostra gatta, ci si è avventata contro strusciandovicisi, infilando la testa dentro a una scarpa, quasi avendo un amplesso con il nuovo acquisto. Sembrano in similpelle, odorano di tale, ma provenendo dalla Cina... che siano fatte con pelle di gatto???



Per me rimescolare nelle viscere di un computer è un'attività contronatura che mi dà conati da mal di mare dopo meno di un minuto che guardo lo schermo. La gnocca, anche virtuale, purché virtuosa, posso guardarla per giornate intere, ma se devo guardare lo schermo per riparare la rogna di un programma zoppo devo attrezzarmi con un catino di fianco alla scrivania. Oggi il mio HP aveva la bua, era ingolfato, andava più lento di un bradipo in fase digestiva. L'ho portato da GoodWill, un nome una Promessa, sulla collina di Shintoshin. Lì te lo controllano per 500 yen, poi se possono te lo aggiustano, a prezzi per umani che non hanno amici in questura. Oggi mi è andata bene e ho beccato un tecnico che da morto sarà almeno Santo. Ha cincischiato per un'ora buona, cercando di capire dove fosse l'inghippo. Io guardavo il soffitto del negozio, per non stare male. Alla fine ha stanato la rogna (ricorrente, da che ho capito, per XP, programma per fortuna destinato all'estinzione), ha fatto click nel buchino giusto et voilà, ora il mio HP corre che sembra Bolt (ma senza balletti dopo la vittoria). Ha osato chiedermi appena 500 yen per un'ora di sbatti, mi sono quasi offeso. Prima gli ho offerto di venire a mangiare una pizza con me (ero serissimo), ma da queste parti non si usa, anche perché le pizze fanno schifo al cazzo e i tecnici, che sono esseri puntigliosi, forse lo sanno. Allora, per la prima volta in vita mia, gli ho detto di farmi pagare di più, e così mi ha applicato la tariffa standard da ricovero (3000 yen, che gli ho dato assieme a tremila arigato). GoodWill, sono tuo per sempre.



L'ISOLA DEI PIETRI - Oggi ho fatto una ricerca antropologica nelle viscere della comunità italiana di Okinawa. Ecco il risultato del battaglione maschile a me noto:
Pietro n°3 pezzi
Piero n°1
Luigi n°1
Patrizio n°1
Alessio n°1
Alessandro n°1
Marco n°1
Latitanti: possibili ma non pervenuti
TOTALE n° 9 girolami accertati con forte dominanza pietresca.
Che sia una congiunzione astrale?



Un'amica insegna giapponese nelle basi americane. I giovani rambi, all'inizio, sono timidini e fanno domande innocenti, nonostante i muscoli e le ossa grosse made in Monsanto. Poi, presa confidenza, si allargano. E le chiedono le frasi chiave per chiavare negli scannatoi: "Sensei, come si dice 'mettiti di pecora'?"; "Con l'ingoio?"; "Con i piedi, per favore"; "Ohhh, yeah, shit, I cooooome!". La mia amica si diverte molto e, da brava sensei, dà loro risposte corrette fino all'ultimo kanji.



Altra storiella per dare un quadro delle condizioni di lavoro a Okinawa, per quelli di voi che mi contattando sondando le vie di fuga. Un caro amico gaijin fino a un po' di tempo fa lavorava come lavapiatti e tuttofare in un hotel pregiato. Sgobbo: otto ore piene, a partire dalle 5 del mattino (sveglia alle tre e mezza). Paga: circa 40 euro a notte. Un giorno, distrutto dalla stanchezza, in moto ha affondato un'auto. Questa, a sua volta, gli ha affondato una gamba. Mesi di ospedale, un'operazione, forse da rifare. Dapprima l'hotel gli ha detto che, a guarigione avvenuta, lo avrebbe riassunto (nel frattempo zero compensi: qui si viene pagati solo per le ore effettivamente lavorate). Qualche giorno fa lo hanno licenziato, senz'alcuna liquidazione, in tronco. In Europa i sindacati avrebbero fatto scoppiare un casino. Qui i sindacanti sono fantascienza e i tronchi sono la prassi. Quadro chiaro?



Oggi, mentre zoppicavo verso casa, ho avuto una visione. Davanti a me camminavano due paia di jeans con i peli gialli sulla testa. Non che in Giappone le fintissime bionde scarseggino, ma quella sulla sinistra aveva un'altezza e due glutei fuori ordinanza (sembravano quelli di Jen Selter). Avvicinandomi (tutto d'un colpo ho smesso di zoppicare) ho avvistato prima una faccetta bianchetta (sulla destra). Soldatejane gringhe, mi son detto. Militaresse in libera uscita. Poi, raggiungendole (il male alla gamba era ormai roba d'altri tempi), ho sentito che le due parlavano nella lingua di Marisa Monte e di Jorge Ben, anche se con MOLTO meno fascino. Nossa Senhora, quanti ricordi. Mi era quasi venuto il voglino di attaccare bottone - fino a un anno fa non avrei avuto dubbi in materia -. Poi, come ho visto il viso della proprietaria della bunda altolocata, ho innescato la quarta e sono corso filato a casa (da solo). Una mulatta ossigenata, con chiacchiere da serva e pure un mezzo sputacchio regalato al marciapiedi mentre la sorpassavo (telepatia? avrà captato i miei pensieri sozzi?). Sono sorpreso anch'io dalla mia metamorfosi. Per vent'anni ho fatto il portabandiera del Brasile, amandolo contro ogni logica e difendendolo a ogni costo. Poi, lentamente, il mio amore cieco si è trasformato in tolleranza. Oggi non ne sopporto più le mille volgarità (non che in Giappone siano tutti principini istruiti a Gstaad) e, sempre più spesso, lo schivo. Che io sia un camaleonte? O che, più semplicemente, stia invecchiando?



Da anni seguo la dieta della 'fisarmonica' (nome datomi da quel gran creativone di mio zio Flèpp). A fasi alterne il mio girovita e il mio triplo mento si allargano o si restringono, a seconda di quello che il convento passa a tavola, delle fine degli amori e degli sbatti. Poco prima di natale, a conclusione di due mesi di sveglie alle sei e mezza e pranzi a suon di tramezzini con il tonno (thailandese, non di Fuckushima), ero quasi un filo d'erba. Alle cena del circolo di Nihon-go un par de filippe si erano tutte preoccupate, pensando che avessi qualche malattia brutta e stessi per abbandonare il pianeta tanto amato dal Santo Niño de Cebu (alle filippe piace mangiare roba trisunta; forse trombarla pure). Poi è arrivata lo scatolone al colesterolo di mammà (salamini, mortadella, panettone e pandoro, parmigiano ecc.). Poi è arrivata una sfilza di orgette culinarie natalizie e capedanne, con conseguente strafogamento di ogni ben di dio inimmaginabile. Poi, come ciliegina sulla torta, sono arrivati i formaggi di John, 'The Cheese Guy of Okinawa'. E lì, dopo quasi un'overdose di bontà, mi sono dato una calmatina. Anche perché il giorno dopo ho ripreso lo sbatti alle 6 e vaffanculo mezza. L'altra sera, alla cena del secondo circolo di Nihon-go (non pensiate che stia imparando qualcosa di giapponese solo perché ne frequento ben DUE circoli) l'amica Rumiko-san-chan ha commentato che avevo ripreso la mia forma (tonda) pre-scuola. Ora, se non mi licenzio/ano, ho davanti a me altri due mesi di sgobbo, spero di rientrare nei ranghi. Ma non troppo, non vorrei che il Santo Niño de Cebu mi scomunicasse.



Pomeriggio particolare, oggi a Shintoshin. All'Okinawa Art Museum hanno proiettato il film per la tv 'C'era una volta la città dei matti', dedicato a Franco Basaglia e alla legge 180 sulla chiusura dei manicomi. Surreale godersi un filmone in italiano nel bel mezzo di un pomeriggio giapponese, nonché toccante (Satoka era una fontana con il rubinetto spanato). Vederlo mi ha riportato al volo al 1990, quando assieme ad amici brasiliani organizzammo una festa di carnevale all'ospedale psichiatrico di Imola, allora anch'esso all'avanguardia come quello di Trieste. Per una volta ho pensato che, in fondo in fondo, i soldi dati alla RAI non sono del tutto buttati (ma come far capire all'azienda che pagare lo stipendio a Bruno Vespa è un crimine contro l'umanità?).



Orgia di cibi di Okinawa all'ottimo ristorante Ajimaa, nel cuore di Makishi (Matsuo), a fine workshop di fotografia con i miei students. Ajimaa è pulito, tranquillo e offre deliziosi piatti della cucina di Okinawa - perlopiù a base di verdura - senza gente che ti fuma nel piatto. Tempura buonissima, e così il Chanpuru (Okinawan: チャンプルー Chanpuruu). Tutti i partecipanti sono stati molto gentili e carini. Una di loro ha pubblicato un libro fotografico dedicato a una famiglia di contadini di Gifu-ken: la contadina è andata in cielo lo scorso aprile e la mia attempata studentessa ha voluto commemorarla dando alle stampe un bel libro fotografico sulla vita rurale di quella regione. Il Grande Tatsu mi ha dato una mano fino all'ultimo, in particolare traducendo. Mi ha detto che il primo giorno di workshop (analisi dei portfolio) sono stato troppo gentile nei loro riguardi ("Ti stai giapponesizzando"), così oggi, dopo un triplo sumimasen (scusatemi), ho detto la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità a riguardo delle foto che hanno fatto ieri. Poi a tavola mi hanno detto che se fossi stato così schietto in giapponese forse si sarebbero offesi, ma averlo fatto in inglese gli è piaciuto molto. Hanno aggiunto che seguiranno QUALSIASI altro workshop che farò... mi sono sentito in imbarazzo.



Dopo qualche mese passato a trafficare su questa fèsspagina parallela al blog omonimo (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/), oggi in un minuto e mezzo ho fatto una statistica basandomi sulle cifre che FB mi fornisce. I post che più coinvolgono i vostri occhietti, cari lettori, sono quelli conditi da buone quantità di gnocca. Seguono, a una certa distanza, tutti gli altri. Mi sa che qualcuno di voi mi ha preso per un pusher della suddetta. Per carità, non mi sento affatto offeso (il pappa, da bimbo, era il secondo mestiere che volevo fare da grande, dopo il veterinario). Reputo la Suddetta l'unica divinità degna di accensione di ceri, preghiere, genuflessioni e aspersioni di acqua benedetta. Però, scusatemi se faccio il professorino, ma mi è sembrato di sentire da qualcuno che ci sono altri siti specializzati nel settore decisamente più ricchi di materia del mio. In realtà questa fèsspagina vorrebbe essere, seguendo il concetto quasi filosofico del 'chanpuru' (mescolone) - concetto okinawaissimo -, un calderone in cui finisce tutto ciò che PER ME è interessante sull'arcipelago in culo all'universo in cui sono finito a vivere. In parte collante per i pochi girolami che, come me, vi abitano (solo quelli simpatici, per essere precisi), ma anche per quelli che un bel giorno mi verranno a trovare. NON è, come alcuni hanno pensato che fosse (alcuni dei quali venendo sfanculati al volo), un pagina dell'ente del turismo di Okinawa né quella dell'ufficio di collocamento. Spero che chi non riceverà risposte dettagliatissime alle proprie domande esigenti (sgobbo e mi rimane ben poca energia/tempo per compilare questionari) non mi odi più di tanto e continui a seguire questa pagina. Con o senza veneri (mi è difficile, a volte, magari volendo parlare di Fuckushima o di Kamikazabe, inserire della gnocca pure lì; sono argomenti ostici, gnocca-respingenti).



Oggi, tornando a casa, quelle quattro parole di giapponese che conosco mi hanno salvato. Stavo morendo di fame (ero reduce da una riunione di maestri priva di merendine, mi sa che siamo a fine budget) e, passando di fronte alle spacciatrici di tempura nell'ano della galleria commerciale Heiwa-dōri, sono balzato a passi tripli contro la vetrinetta di quella che vendeva la kabocha (zucca) fritta più spettacolare. La mia bocca spandeva acqua che sembrava le cascate di Iguaçu, ma dopo circa tre anni passati in Giappone ho imparato un minimo di educazione e non ho infilato un gomito nella gola della massaia che mi aveva preceduto. La suddetta massaia - ossigenata nei peli di sopra e con le sopracciglia viola -, però, ha ordinato TUTTE le mezzelune di kabocha. Mentre osservavo la tenutaria del locale che le infilava tre alla volta nel sacchettino di carta mi dicevo "No, non è possibile che me le fotta tutte". La massaia fosforescente me le ha fottute tutte. Allora, di fronte al disastro conclamato, ho dovuto tirare fuori il girolamo che è in me. Ho alzato l'indice e, senza troppi giri di parole, ho implorato che me ne lasciasse almeno una. Un giapponese non lo avrebbe MAI fatto. La bionda idrovora è rimasta così impressionata da offrirmi di lasciarmene comprare ben DUE. Aggiungendo che parlavo bene il giapponese (forse mi si voleva fare un giro). Io! Avrei pagato un mese di stipendio affinché Satoka, che mi straccia sempre l'anima perché non imparo il marzianese (come? quando? con quali neuroni?), fosse lì per sentire il complimentone con le sue orecchie. Ne ho presa una sola, ed era la kabocha più buona della mia esistenza giapponese.


 


Una cosa che mi sta facendo parecchio incarognire, qui a Naha, è il sistematico abbattimento, per mezzo delle ruspe, dei sakè-bar pulciosi a breve distanza da casa mia. Con la loro fauna di gatti randagi, bagasce antiche, avventori alcolisti e stagionati, architetture di cartone e amianto incartapecoriti, io li tutelerei come patrimonio dell'umanità. Hanno tutti i giorni contati, ogni mese ne scompare qualcuno, per fare posto a parcheggi o condominietti odiosi. Questi baracci mi sono entrati nel cuore l'unica volta che ho osato infilarci il naso dentro. Ero in giro, verso mezzogiorno, con il mio amico brasiliano Mario. Sempre arrapatissimo, 22 anni di testosterone, fisico da surfista-karateka, spessore culturale da chiavatore monomaniacale. Il ragazzo non toccava gnocca da oltre due mesi (da quando aveva messo piede in Giappone) ed era pazzo per farsi un giro. Anche pagando. Gli scannatoi di serie A, però, erano all'altezza delle tasche degli sceicchi del petrolio, MOLTO più in alto delle sue tasche semivuote. Quando gli raccontai che durante le mie investigazioni fotografiche avevo stanato una zona piena di vecchie lavoratrici gli si gonfiò al volo la cappella. "Presto, Pedro, andiamo!". Nel primo e unico bar in cui ci infilammo (era l'ora di pranzo) ci accolsero due nonne dallo sguardo zozzo. Noi zero giapponese, ma ci avvinghiarono lo stesso. Il locale era buio pesto, però le rughe - dei solchi per piantare le patate - si vedevano benissimo. In un angolo vegetava un cliente distrutto dal sakè che farfugliava cose indecifrabili da samurai a fine carriera. Le nonne iniziarono ad accarezzare le braccia di Mario, poi mani sotto la maglietta, a caccia di pettorali. Io avevo ancora un piede fuori dalla porta (avevo più tacche del mio giovane e inesperto amico, temevo ciò che sarebbe potuto accadere), come iniziò lo striptease ci misi pure quell'altro. Non ho mai avuto nulla contro le commercianti, ma la madre di Sylvester Stallone non è il mio tipo preferito. "Che fai, Mario, vieni o fai la ricotta?". Mario mi seguì, ma non convinto sino in fondo. Tornati alla guest-house non la smetteva di ripetermi "Però la vecchia aveva due belle mammelle". Non ricordo, non penso di averle osservate più di un decimo di secondo. Alla sera Mario non ce la fece più e obbligò me e altri ospiti facinorosi dell'ostello a riportarlo nella zona della perdizione (faceva karate ma aveva fifa a tornare nel bar da solo). Lo scortammo, ma la situazione era talmente da alpini in libera uscita che partì una sfilza di strunzate (coretti, battutacce, fischi e maragliate assortite) non appena arrivammo nella zona etilica. Facemmo così tanto casino che Mario perse la concentrazione e non riuscì a trovare il feeling giusto per quagliare la situazione con la bisnonna. Tornò in guest-house incarognito, odiandoci. Per concludere andò a farsi una sega nella doccia delle donne. Come ogni sera sperava che un'ospite dell'ostello aprisse la porta nel momento sbagliato (giusto) e, immediatamente ammaliata dalla sua virilità, da cosa facesse nascere cosa. Non è MAI successo. Tre mesi cronometrati di seghe.