giovedì 27 marzo 2014

CHIAMATEMI PIEPRO, SARÒ LA VOSTRA BIRO


Ieri sera sono andato al Nest Hotel, qui a Naha, per la cerimonia di chiusura di fine anno scolastico della scuola Takara. Essendo giaccaprivo, temevo di fare una figuraccia, ma me la sono cavata lo stesso. Dalle viscere dell’armadio ho stanato una guayabera di prima classe made in Belize, sciccheria pura vagamente in linea con le bellissime camicie kariyushi di Okinawa.

Inizialmente non avevo una grandissima voglia di andare all’adunata, un po’ perché ho l’allergia alle cerimonie e alle formalità, un po’ perché mi sarei sorbito almeno tre ore filate di Nihongo. Me la facevo anche un po’ sotto per dover fare un discorsetto ufficiale. E invece…

Invece è stato molto bello essere lì. C’erano quasi tutti – maestri, direttori, personale dell’amministrazione e bidelle -, a parte la maestra-Venere che ha evitato di salutarmi (troppo gnocca per farlo?) per tutti i cinque mesi in cui ho lavorato alla scuola.
Tutti i maestri masculi hanno iniziato a spargere birū a destra e a manca (marca indigena Orion, gratis), ma io mi sono tenuto su a suon di succo d’arancia: il mio giapponese è ridicolo, se avessi aggiunto dell’alcol al mio discorsetto avrei farfugliato cose indecenti.

Tutte le signore erano al meglio delle loro forme, agghindate come mai prima durante il lavoro. Pensierini non innocenti sono corsi a ruota libera…
L’amica Atsuko-san mi ha consegnato la penna-regalo per chi ha terminato la Mission, ma lo ha fatto piena di vergogna. “Quegli stolti della cartoleria hanno stampato il tuo nome sbagliato… Ma ho già ordinato quella corretta, fra pochi giorni sarà pronta. Sumimasen…”. Appena ho visto la penna ‘sbagliata’ ho iniziato a urlare “Oro! Oro!”. Nessuno, in vita mia, mi aveva mai chiamato PIEPRO prima. Forse non esiste cristiano al mondo con questo nome. Mi è venuto in mente il Gronchi rosa, il francobollo italiano più pregiato secondo il Bolaffi, dovuto a uno scazzo del tipografo in fase di stampa. “No, cara Atsuko! Questa è la mia penna, Non ne voglio un’altra con un banale ‘Pietro’, ci sono già troppi Pietri a Okinawa – ben 3 su 10 girolami che conosco -, ma nessun Piepro. Arigato gozaimashita!”.

Ci siamo abbuffati al buffet, c’erano ciccie piuttosto buone. Anche molti pesci e alghe, purtroppo non per la mia boccuccia bolognese. Poi è iniziato lo spettacolo vero e proprio, sul palco. Uno a uno, noi maestri in fuga – a fine lavoro o destinati ad altre scuole – abbiamo tenuto un discorsetto. Si è visto di tutto, e lì ho scoperto un Giappone fantastico: allegro e sentimentale, carnevalesco e matto, come mai avevo sfiorato in cinque mesi di serio sgobbo. Un maestro dell’asilo ha indossato un costume da spiaggia intero da donna con la bandiera brasiliana Ordem e Progresso, infilandoselo sulla giacca. Era reduce da due mesi nel País do Futuro e ne ha incorporato la goliardia matta, per concludere con un fischietto e qualche passo di samba.
Altri maestri hanno fatto sbellicare dalle risa grazie ad aneddoti inerenti la follia creativa massima, quella dei bambini. Mi sarebbe piaciuto capire più del 2% di quanto hanno detto, ma anche solo guardare le loro espressioni da attori consumati e le risate degli spettatori è stato spettacolo di prima scelta.

Alcune maestre, nel saluto di commiato, sono state travolte dalla commozione e hanno lacrimato in diretta, con sentita compartecipazione da parte di tutti noi. Il sistema di insegnamento giapponese è folle. Gran parte dei maestri e dei loro collaboratori ruotano in continuazione, cambiando scuola ogni anno o quasi. La maestra-chioccia, come durante la mia infanzia, quasi non esiste qui. Vantaggi (se da cinno la odi e te la becchi per cinque-sei anni sei finito; se come maestro hai un bimbo mina vagante e te lo becchi per cinque-sei anni…) e svantaggi (continui addii, ricominciare da capo a tessere delicati rapporti umani, a capire dove sono i gessetti e le forbici, ecc.).

Le gentil dame dell’amministrazione ci hanno regalato uno spettacolo di danza hula hawaiana, con una sensualità non di tutti i giorni. Hanno indossato ghirlande vere di orchidee intrecciate a mano, mica roba di plastica made in China. Poi è capitato al sottoscritto, coadiuvato dall’insostituibile Akiko-sensei, l’altra maestra di inglese della Takara, anche lei a fine incarico. Dopo la mia solita introduzione in cui mi genufletto chiedendo scusa per il mio pessimo giapponese (Minna-san, konban-wa, yoroshiku onegaishimasu. Sumimasen, itsumo watashi no Nihongo wa tottemo warui desu, soshite Eigo de daijōbu? – Più o meno: Tutti-san, buonasera, è un piacere incontrarvi. Scusatemi, il mio giapponese fa sempre schifo, facciamo in inglese?) sono passato al più confortevole inglese, tradotto passo per passo dalla gentile Akiko.

Ho ringraziato minna (tutti; niente a che vedere con la minna sicula, ok?) per l’esperienza insostituibile di cinque mesi intensi a stretto contatto con il vero Giappone. “Ogni maestro è stato eccezionale – ho sorvolato sul mio tentativo di autolicenziamento dopo che Ginger Rogers, la maestrina ballerina, si era lamentata per il mio scarso impegno nelle danze da salone – ed è stato un onore lavorare con voi. Grosse storie buffe da raccontare non ne ho, ma di certo la follia dei bimbi è stata fantastica. Come, per esempio, quella di un bimbo di otto anni che un giorno mi ha chiesto, davanti a tutti, ‘Quale tipo di donne ti piace?’”. Mi doveva aver preso per Girolamo Panzetta, il campano che si è ricostruito una vita in TV qui in Giappone, diventando il cliché del playboy italiano (regalando a tutti i suoi compatrioti una caricatura non di prima scelta). Al bimbo, per la cronaca, e per essere eticamente corretto, avevo risposto “Tutte”.
Poi ho parlato dei miei progetti, dell’intenzione di aprire – mazzate per l’affitto permettendo – una scuola privata per workshop di natura varia, chiamata World Space vicino a casa, dove insegnare italiano, inglese, cucina pietresca e fotografia, coadiuvato da diversi sensei per altre discipline. Cordiali saluti e un grosso in bocca al lupo per il futuro a tutti.

Mi ha seguito uno dei personaggi del corpo insegnante più simpatico e con il quale avevo legato particolarmente. Nei mesi passati è stato l’assistente personale di un dodicenne sciolto su una sedia a rotelle. Il mio giovane collega ha fatto di tutto per farlo sentire uguale agli altri – come spingerlo sulla carrozzella durante la gara di corsa, rischiando l’osso del collo -, con un impegno e un cuore più unici che rari. Ora lo hanno spostato a fare il professore di scienze in un’altra scuola… e ieri sera il suo discorso è stato esilarante, in quanto alimentato da una sbronza storica. Arrivato sul palco traballando, ha declamato che forse la maggior parte dei maestri non si è accorto della sua esistenza durante l’anno scolastico, ma è comunque stato contento di lavorare alla Takara. Alla fine gli ho stretto la mano dicendogli di essere orgoglioso per ciò che ha fatto, per come lo ha fatto, e lui si è commosso, per poi addormentarsi di botto cotto dall’alcol.

La festicciola si è conclusa con il discorso del direttore della scuola, in cui ha spiegato l’etimologia della parola sayonara (NON chiedetemela, per favore, io mica faccio il direttore). Poi le foto ricordo, tutti assieme (aspetto che qualcuno me le invii; ieri, da bravo fotografo, non ho portato la macchina fotografica). Infine una specie di tunnel dei saluti, in cui metà dei presenti hanno intrecciato le mani, due alla volta, costruendo una galleria umana, e noi - in fuga verso altri lidi - sotto, a stringere mani, abbracciare, salutare tutti. Davvero piacevole e commovente.
Chi lo ha detto che il Giappone è un Paese noioso?






domenica 23 marzo 2014

FILM FESTIVAL, LA SERVA CHE È IN NOI


Oggi sono andato lungo Kokusai-dōri, la lunga via dello shopping e del turismo cazzone nel cuore di Naha. Ogni domenica pomeriggio viene pedonalizzata dalle 2 alle 6, ma oggi era una giornata particolare: vi si è tenuto, scusatemi la bestemmia, il red carpet dell’Okinawa Film Festival.
Il festival è stato clonato nell’arcipelago dai gironi superiori (Tokyo, Yokohama) qualche anno fa per stimolare il turismo. Un po’ come le nostre città di provincia che cercano di copiare Hollywood, Cannes, Venezia o Berlino, anche Okinawa, da brava campagnola, si è costruita il suo festivaletto fra Naha e Ginowan. Di conseguenza in questi giorni la città è stata presa d’assalto da villici con Alte Ambizioni Artistiche e, purtroppo, con tutte le puzze sotto il naso, gli abiti da circo e le ruote da pavoni classiche di queste circostanze che tutti conosciamo. Amo Okinawa e la sua gente per la sua semplicità, ma quando mi trovo davanti a spettacoli di questo genere, perlopiù a base di sfiga importata dalla capitale, mi si innervosiscono le ginocchia.
A Naha, in pratica, non arrivano gli attoroni della serie A, ma quelli dalla B alla D, con una vastissima preponderanza dei divetti della TV, i ‘tarento’ (‘talenti’, in quanto ‘superiori’ alla massa in qualcosa, tipo tingersi i capelli di viola o strabuzzare gli occhi più dell’impiegato medio) e robe così. Noti ai chi si strafa di televisione, ignoti a me che non l’ho e che se i suoceri me la regalano corro a venderla al negozio di usato sotto casa.
  

















Il tappetazzo rosso è stato disposto lungo il tratto di Kokusai-dōri che di solito viene pedonalizzato, quello che si trova davanti a Starbucks e alle sue zoccole a caccia di rambi travestite da innocenti consumatrici di caffè di superultima (e di rambi a caccia di zoccole). La calca si affollava e sudava, per cui sono andato ad appostarmi nello sfintere dell’evento, davanti ai tendoni dove l’attorame stava all’ombra in attesa del proprio momento di gloria (la sfilata della sfiga). Ottimo punto per paparazzare e fare, tutta per me (ma anche un po’ per voi), una rapida analisi antropologica delle deviazioni umane, file ‘Vanità’, con un fuoco incentrato soprattutto sulle dev. um. giapponesi.
In effetti all’orgia di volti noti (agli altri, io non ne conoscevo manco uno) ho potuto godermi un campionario pressoché completo di umanità che non frequento tutti i giorni. Zoccole in pelliccia e machos stagionati con i capelli tinti, studentesse liceali in calore per qualche cretino stratardopunk e obese con cartelli autoprodotti zeppi di cuoricini destinati all’eroe che mai farà loro alcun complimento alle loro salsicce, samurai postmoderni e pupazzi ripieni di gente, che qui non piacciono solo ai piccini ma anche molto agli adulti con svariati accessori piccini.




Ho fotografato di tutto un po’, la merce era oro, in pratica. C’era pure un’attricetta americana almeno sessantanovenne travestita da ggiovane, un gran brutto spettacolo di ciò che l’incedere dell’età, la fèscion di ultima e la sfiga di essere nati negli Stati Uniti possono regalare all’essere umano. L’unico che ho riconosciuto nel pueblo era uno spilungone neozelandese che so insegnare l’inglese, finito lì, tra i VIP, solo God sa perché. Anche lui, mentre marciava sulla moquette rossa, faceva ciao con la manina. Mi sa che da quando l’ho incrociato qualche mese fa, e mi ha detto di fare il maestro, ha fatto carriera.
A mezzogiorno in punto è iniziata la sfilata, orchestrata con un’alternanza di attorini da box (quelli sotto il tendone che fotografavo senza alcuna pietà) ad attorazzi da auto sborona. Lungo il braccio destro della strada hanno iniziato ad arrivare automobili da magnate del petrolio modenese cariche di faccette da culo famose ai più. I più, come ne riconoscevano le creste in testa, il giubbottino di riferimento, la tintura dei capelli o le faccette di qualche scemeggiato, emettevano urletti di calore e approvazione, specie di micro-orgasmi da riconoscimento del famoso. Per carità, non pensiate nemmeno per un secondo che voglia sfottere i giapponesi paragonandoli ai ‘migliori’ italiani. Lo scorso 25 aprile ero davanti al Vittoriano a Roma e il popolo bue faceva a gomitate per riconoscere per primo i politici di turno venuti a onorare la Patria. Ogni paese, è noto, ha le sfighe che si merita.

 








Tutta la kermesse della stracippa era organizzata al micron misurato da un esercito di sbirri in divisa e da organizzatori in divisa pure loro. L’uniforme di questi ultimi erano completini con giacchette e scarpe a punta cappellare. Vorrei avere l’1% di quanto quegli omarini spendono al mese dal parrucchiere e sarei miliardario (non mi addentro nel fatturato delle parrucchiere che si occupano delle loro signore, non vorrei passare per uno che ce l’ha con le quote rosa). Tutti con un’aria treeeeeemendamente indaffarata e cool, fra auricolari e sguardi nervosi al programma stampato. La sopravvivenza dell’universo dipende da me, ma non temete, ragazzi: ho tutto sotto controllo. Alcuni di questi modelli mancati lottavano contro il nemico dell’Asia, il cattivissimo sole. Si proteggevano le costose criniere griffate con cartelline e manine, ma poco potevano contro i perfidi raggi. Oggi mia moglie mi ha raccontato di aver sentito l’intervento di un ascoltatore alla radio. Guidava e quando ha svoltato a un incrocio ha tirato su la mano per proteggersi la tempia dal raggio laser del pianeta nemico. In quel momento ha incrociato un’auto della polizia, che prontamente gli ha risposto al saluto, attraverso il parabrezza… È roba vera, non me la sono inventata.


Ho retto a tutto ‘sto popò di spettacolo per un’interminabile ora, e mi sono pure abbronzato, poi sono fuggito a mangiare polli arrosto. Volevo dimenticare. Lungo la via della fuga ho visto una fila chilometrica, inusuale, davanti a Sakurazaka, il cinema d’essai invischiato con il festival. È l’unico cinema che frequento, anche se di film belli ne fa uno ogni prepensionamento di papa. Gli altri ti (mi) ammazzano di sbadigli. Poi, mentre addentavo le fauci nel povero pollo, ho pensato che mi divertivo più da adolescemo, quando verso i tredici anni andavo alla Festa del Latte a Granarolo dell’Emilia. Festa paesana hardcore, c’erano le mucche, maragli veracissimi con il Ciao e le espadrillas, e i proprietari delle signore vacche ti regalavano un po’ di latte. Se eri dio, in quella circostanza trombavi una contadina della tua età fra due balle di fieno, ma io non ero nemmeno chierichetto. Quello sì, che era contado autentico, anni Settanta al loro meglio. Altro che la contadinata di oggi, triste clone di altre galassie già viste e straviste. Perché la ggente, anziché fare i festival del cinema, non si dedica a cose più utili per l’umanità, tipo imparare a non scuocere la pasta o farci conoscere le loro sorelle?

 


lunedì 17 marzo 2014

MEGLIO UN GIORNO DA CONTADINO ORGANICO CHE CENT’ANNI DA MONSANTO


Ieri sono stato, assieme a Satoka e all’insostituibile Tatsu-san (senza il suo furgoncino sarebbe stato impossibile), a raccogliere patate in un campo poco a sud di Itoman. Satoka ci va ogni fine settimana, perché il coltivatore produce verdure senza utilizzare alcun fertilizzante chimico né sementi assassine made in Monsanto. Lascia crescere le piante in maniera del tutto naturale, più o meno come capitava all’epoca di Adamo e di quella zoccola di Eva. Ieri, in più, la contadinata si è trasformata in una specie di evento bucolico. Oltre alle famiglie con un sacco di bambini è stato invitato il simpatico e corpulento chef delle trattoria Lamp di Naha. La conoscevo già perché tempo fa, girovagando dalle parti di Wakasa, avevo fotografato la sua insegna particolare (il ristorante era indicato come Torattoria, è noto che ai giapponesi due consonanti di seguito stanno antipatiche e ci devono per forza infilare una vocale in mezzo, Pietoro docet). Appena lo abbiamo conosciuto Satoka le ha raccontato il mio aneddoto (mia moglie è incapace di tapparsi la bocca, a volte), e lui si è fatto una gentile risata dicendo di aver cambiato l’insegna, dopo essersi accorto dell’errore.


















Grammatica a parte, il cuocone era stato invitato per fare un minestrone da caserma con le verdure raccolte in loco. Ha messo su una cucina da campo, con il fuoco protetto da un muretto di mattoni. Mi ha raccontato di essere stato in Italia per un mese e mezzo, e come gli ho detto che sono di Bologna ha esclamato ‘bollito misto!’. Mi ha chiesto che differenza c’è fra minestra e minestrone. Poi ha aggiunto che il suo piano originario era di stare a Bologna solo tre giorni, ma appena ha iniziato a infilare la forchetta qua e là ha deciso di rimanerci una settimana. Bisogna che uno di questi giorni passi a trovarlo.

 

All’evento ha partecipato anche una troupe televisiva, in effetti tutto ciò era molto carino e inusuale. Satoka di solito va da ‘sto contadino ogni sabato: sgobba raccogliendo le sue verdure, poi lui la paga con le medesime (il nostro frigo esplode di insalate e cipolle e carote e cavoli). Ieri tutti si sono messi allo sgobbo, ma essendo io ai primi giorni di libertà dopo cinque mesi di fatiche, e così Tatsu dopo un anno di fatiche, abbiamo lasciato raccogliere le patate al pueblo e ci siamo cucinati una cofana di penne al tonno nel furgoncino (Tatsu è attrezzatissimo per le attività da campeggio) + insalatona del contadino. Da un lato a quell’ora avevo già una fame da cinghiale incinto, dall’altra, se proprio devo essere onesto, non è che confidi troppo nelle doti culinarie degli chef giapponesi in territorio italiano.


Come altre volte, ho dovuto rivedere i miei preconcetti. Il minestrone era molto buono (io lo avrei fatto andare ancora un po’, ma per 500 yen in mezzo a un campo non si può mica volere la Luna, no?), anche perché cosparso di parmigiano. Ho bloccato la mano del cuoco prima che me lo avvelenasse di prezzemolo; chi fa cucina italiana fuori dall’Italia non ce la fa proprio a evitare di assassinare i piatti con quest’erbetta rompicazzi. Inoltre il piatto era accompagnato da un po’ di figatine. Piccole fave semicrude con patate e pesto. Una verdurina viola a stelle filanti non pessima. E, soprattutto, una miniporzione di cipolle ‘spalmabili’, quello che a Bologna è il santo friggione, anche se quello di ieri era senza pomodoro. Buonissimo.




A fine masticazione Tatsu è collassato per primo in un coma digestivo, poi io, poi Satoka. Abbiamo fatto a turno per un pisolino nel furgoncino, nonostante qualche mosca strappaminchia. Poi, a fine festa, sono andato a salutare e ringraziare. Una delle organizzatrici ha girato un filmetto non porno mentre stringevo la mano, salutavo e chiacchieravo con il cuoco e il suo assistente. Ero l’unico gaijin del mazzo, per di più itariano DOC, dunque l’animale esotico nel posto giusto al momento giusto. Alla prossima orgia vegetale lo rifaccio.