venerdì 4 aprile 2014

KAZZ’È? È KOZA


Più o meno nell’ano di Okinawa City pulsa – o meglio, pulsava – un sobborgo cresciuto a immagine e somiglianza dei rambo in libera uscita. Si tratta di una ‘cosa’, più di una città vera e propria, dunque ‘Koza’, in giapponese molto libero. La ridente periferia americana in miniatura si è sviluppata, nel tempo, attorno al tubo di scappamento, il cancello, di una grande base militare americana. Come tutti i tubi di scappamento, ha visto i suoi alti e bassi. Uno degli alti che purtroppo mi sono perso fu nel 1970, quando gli indigeni, definitivamente rottisi nei coglioni per la presenza gringa, in una notte di buon sakè diedero alle fiamme le auto degli occupanti armati. Momento storico, anche perché poi non si è ripetuto, nonostante la collection di stupri e sbronze stronze in libera uscita a seguire. Le foto di quella notte di fuochi non fatui sono tutto ciò che rimane dell’unica, seria presa di posizione degli abitanti del luogo, poi abituatisi passivamente ad aprire silenziosamente le natiche e lasciar fare agli ufficiali poco gentiluomi. Il sakè che si faceva negli anni Settanta, purtroppo, non circola più.











 








Koza ha avuto periodi di gloria economica che hanno attirato mini-eserciti di immigrati, venuti ad abbeverarsi alla fonte del Dio Dollaro: filippini (soprattutto filippine, impiegate indovinate in quali sante istituzioni), peruviani, indiani e altri –ni assortiti. Lungo la strada principale del postaccio, quella che esce direttamente dal tubo di scappamento, sono cresciuti barazzi e barbieri hip-hop, boutique di alta moda pachistana e spacciatori legalizzati di alimenti monsanti. Tutto molto chiassoso e colorato, soprattutto di notte e nei fine settimana. I locali alternano cartelli del tipo ‘U.S. troops welcome’ ad altri ‘NO U.S. military allowed inside’, variabili forse a seconda del numero di sorelline stuprate che il proprietario ha.



Una via parallela alla principale ha imitato i portici bolognesi e si è arricchita con negozietti assortiti, fra cui quello del mitico Victor, un indiano qui dalla notte dei tempi. Nel suo rifornito negozio, praticamente una succursale dell’India, si può trovare tutto ciò che quel benedetto Paese ha da offrire (a parte gli stupratori di turiste), dalle polverine magiche per fare mille e un curry ai sari per tutte, o quasi, le occasioni. Poco più in là c’è il punto di spaccio di American Pizzaman, di proprietà di un modestissimo e umilissimo sfamatore che si pregia dell’auto-titolo di ‘Best pizza in Japan”. Altre poco stimate aziende nei dintorni – dal fotografo che immortala i gringhi travestiti da antico giapponese ai ‘ristoranti’ italiani dove è consigliabile entrare solo dopo aver stipulato una buona assicurazione sanitaria -, ma a Koza la qualità è un dettaglio per europei effeminati, di scarso interesse per i più.















In una via pedonalizzata, che porta alla galleria commerciale del cuore di Koza, ci sono bei murales con gatti e qualche chicca davvero buona. Prima fra tutte il piccolo ma interessantissimo museo dedicato al periodo della guerra e all’occupazione – fisica e culturale –americana. Il locale sa di casereccio, cartelli scritti a mano e formulario per i commenti in solo giapponese, però proprio per questo è più succoso. Passo lì dentro mezza giornata ogni volta che ci passo, tante sono le figate esposte. Juke-box da balera nippo-gringa, foto d’antiquariato, giocattoli vintage e resti di bombe, vecchie macchine per cucire e taniche per il carburante da cucina, fumetti antichi e gadget da giocatore di baseball. Una sezione fotografica è dedicata alla rivolta di strada del ’70, un’altra al contingente afro-americano.

















Il piccolo museo è a due passi dall’Okinawa City International Association, un’organizzazione che cerca di mantenere Koza culturalmente viva, aiutando gli immigrati con lezioni gratuite di giapponese e organizzando eventi. Nei prossimi mesi vi dovrei tenere un’italianata e sto cercando di radunare i quattro girolami residenti a Okinawa per capire che cosa fare, ma da bravi italiani ognuno si fa i fatti propri e dunque mi sa che alla fine sarò solo io a sventolare tricolore e tagliatelle.


Nella galleria commerciale sopravvivono negozietti di natura varia. Alcuni vendono ciarpame americano usato. C’è pure un piccolo studio in cui si insegna ai bambini a scimmiottare le mossette da hip-hopper del Bronx, come da migliore cultura samurai… L’immigrazione, però, ha anche i suoi lati positivi. Vicino alla galleria c’è il ristorante peruviano Titicaca dove si godono ottime pappe a prezzi popolari (ma attenti allo stramaledetto coriandolo e alla velenosa Inka Cola!) e una chicha di prima scelta. Poco più in là c’è un ottimo ristorante taiwanese con arredamento più unico che raro, e per chi piacciono i piatti trisunti non mancano le mangiatoie filippine.







Negli ultimi tempi, però, Koza ha avuto un tracollo, trasformandosi in una città semideserta. I militari in libera uscita avevano preso a infilare le cappelle a destra e a manca, soprattutto dopo qualche bevuta di troppo e anche nelle cavità delle fanciulle che non avevano fatto apposita richiesta. Dalle cappelle rambe è partita la reprimenda, secondo un itinerario già stravisto a più latitudini: cappella-lo dico alla mamma/polizia-rapporto ai superiori responsabili-telefonata a Tokyo-telefonata a Washington D.C.-superiori responsabili-cappella. Morale della favola e del gioco dell’oca (mi scuso per la battutaccia): ora, alla sera, i militi non possono bere più di una o due birre nei locali. Se ci aggiungete che la birra in questione è l’acqua di rubinetto Budwaiser, con la quale ci si sbronza solo dopo averne tracannato almeno un ettolitro, i locali ora sono deserti. I militari preferiscono rimanere dentro le basi, dove c’è tutto e forse pure si tromba di più.


Le molte attività commerciali, di conseguenza, tirano la cinghia o chiudono i battenti. Ora il grosso del movimento si è spostato a Chatan, all’American Village, dove le attività proliferano imitando in brutto le città outlet americane. A Koza non c’è rimasto un granché, se non l’inossidabile voglia di fare di Victor e i tentativi di rianimazione dell’Okinawa City International Association. In bocca al lupo, ragazzi, non staccate l’ossigeno! Spero che prima o poi Koza risorga, magari reincarnata in qualcosa di più sano, locale e a prova di lavande gastriche.


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