martedì 26 gennaio 2016

LUNGA VITA A HEIWA-DORI (E ALLA FOTOGRAFIA)!


Lo so, di questi ultimi tempi mi sono lasciato trascinare da padelle e dizionari, trascurando la mia attività di sempre, la fotografia. Con quello che pagano gli editori, però, è quasi un passo necessario, se non voglio finire a vivere sotto il ponte di Tomarin, da cui ogni tanto qualcuno salta e (forse) vola verso vita migliore. Proprio l'altro giorno ho calcolato il compenso netto medio che ricevo per una foto venduta dalla migliore agenzia fotografica che mi rappresenta: la vorticosa cifra di SEI euro (contro i 34 di sei anni fa...). I fotografi sono destinati ai ponti (sopra/sotto)? Temo di sì, a meno che non consideriate fotografi i figli-di-papà che mai coleranno a picco, grazie agli sghei di famiglia. Ieri, con un freddo zozzo per queste latitudini (in questi giorni a Bokki è caduta perfino un po' di neve, non si vedeva da un secolo), ho tenuto un workshop di street photography per il Ryukyu-Nirai University Network, un gruppo di signori creativi che si sbattono per far conoscere la bellezza di Okinawa agli okinawensi, troppo spesso smemorati in materia.




Erano circa due anni che non insegnavo ad amanti della fotografia, ed è stato un vero piacere riprendere in mano il timone. Ci siamo trascinati per le viuzze ieri semideserte di Heiwa-dori, la galleria commerciale nel centro di Naha che per me maggiormente conserva l'atmosfera della città (negozietti di ogni tipo, terribile fashion da nonna in pigiama, gatti randagi, pappe economiche e turiste sorcutissime). Abbiamo consumato un lauto pasto da Haijima, il ristorantino a self-service che più amo.


Fatte le nostre fotine d'ordinanza, siamo rientrati alla base e ci siamo guardati il raccolto. Si sono viste belle e brutte cose, come sempre in queste circostanze. In effetti bello e brutto sono concetti estremamente soggettivi, come i gusti di gelato (pensate che ho pure un amico indiano-marziano che non ama il gelato perché freddo...). Sostengo sempre che fotografare non sia un obbligo e che se proprio lo devi fare non sarebbe malissimo leggere prima almeno il libretto di istruzioni della tua macchina. Qualcuno, però, non lo legge nemmeno se preso a scudisciate.



Per tutto lo sbatti, dalle 9 del mattino alle 4 e mezza del pomeriggio, sono stato pagato la vorticosa cifra quasi tonda di 3333 yen (26 euro...). Perché? Perché i signori del Ryukyu-Nirai University Network lavorano no-profit e il loro compenso alla mia personcina è simbolico: il numero 3 è sinonimo di FUTURO. Avendo compiuto mezzo secolo mi piace pensare di avere davanti ancora una qualche specie di futuro (e comunque meglio 26 sacchi giapponesi che un sacco di VI-SI-BI-LI-Tà e zero euri italiani, quanto di solito oggigiorno pagano gli squali furbetti del Bel Paese).



In un quarto di secolo abbondante di fotografia applicata alla sopravvivenza ho sentito di tutto. "La street photography non esiste; esiste solo la photography" (provate a usare le stesse tecniche da studio di still-life o di fotografia sportiva in una bidonville di Calcutta, vedrete che successo). "I fotografi che tengono workshop lo fanno perché non sono in grado di sostenersi sul mercato con le sole vendite del proprio lavoro" (GRAZIE alla cippa, chi ha chiesto agli editori italiani di sottopagare o nullapagare i fotografi?). E poi vogliamo togliere ai fotografi il piacere di vedere, ogni tanto, crescere un pupillo sotto le proprie ali (io ne ho visti diversi, sotto le mie alucce)?


Capolavoretto di Gino Goya, tutto sommato un bravo ragazzo


Satofotografia #1

Insomma, mentre la fotografia va chissà verso cosa, io se possibile, appena potrò, organizzerò un'altra intruppatina di paparazzi a caccia dell'attimo fuggente, che in fondo è sempre una bella caccia (e un ottimo modo per conoscere Okinawa). Forse a Koza, quartiere di Okinawa City alle porte di una base americana. Decadente e decaduto, ricco di dettagli e di atmosfere, tipo la cartaccia che svolazza in American Beauty. Senza det/tagli né atmosfere, che vitina sarebbe questa?


Satofotografia #2



sabato 16 gennaio 2016

ONNA, IL TRICOLORE C’È




Sarà che Onna (al catasto Onna-son) fa rima con alcune delle esclamazioni da osteria più veraci che ci sono, ma da circa un anno la spiaggia lungo la costa occidentale dell’isola principale di Okinawa ha visto crescere una micro-comunità italiana. La zona, in effetti, è piuttosto bella. Una strada costiera serpeggia tra i boschi, sfiorando anche l’OIST (Okinawa Institute of Science and Technology), una fucina di cervelloni, fra cui anche qualche nostro compatriota. Di qua spiagge e spiaggette, di là resort per gente con la smania di sposarsi, negozi, ristorantini. Le leggende metropolitane di Naha narrano di cinesi famelici che, anziché invadere Okinawa con i carri armati, hanno invaso questa zona a suon di yuan, comprandosi diverse belle fette di terreno. In zona fattura cifre serissime un genio che tempo fa ha messo su un locale in cui si consumano esclusivamente pancake hawaiani. Spedita la moglie a casa di Magnum P.I. a imparare a trasformare ciò che esce dagli ani delle galline in frittelle per americani, tornata ella laureata nella suddetta materia, i due hanno aperto uno yenificio di quelli che di solito vengono citati sui libri di macroeconomia. Azzeccata la posizione strategica (una via di passaggio per i vacanzieri annoiati) e una promozione griffata (il proprietario è un ex copywriter – o giù di lì – con contatti pregiati nella Mainland: attori e vassalli), finiti su tutte le guide turistiche che i giapponesi consultano come bibbie, ora stanno solo contando i soldi…











Ma lasciamo i pancake ai gringhi e ai loro seguaci. Vi volevo raccontare del Tricolore, no? Più o meno un anno fa, a Onna, è iniziata l’avventura commerciale e di vita, parallela ma con molte diversità, di due nostri compatrioti. Eugenio, mio idolo personale, piemontese con molto curriculum in Liguria – ma anche a Tokyo e a Yokohama -, ha tirato su con le proprie manine (e con quelle della bravissima moglie Eriko) un ristorantino italiano come solo riesco a concepire. Atmosfera da trattoria accogliente, zero fighetterie, pappe veracissime (pasta regionale fatta a mano, porchetta e altre mille delizie scodellate dal proprietario; fa persino un buon ragù, se ve lo dice un bolognese…) e, cosa che non guasta, sorrisi stampati in faccia. Gentilezza. Avete presente queste due ultime merci, ormai in via di estinzione? Ecco, da Mamma Lella – questo il nome del locale, dedicato alla mamma che fu di Eugenio-san -, si trova questo e molto di più. Da quando ho scoperto il locale, io traumatizzato da anni di protoristoranti italioti apparentemente messi su a Okinawa per massacrare la nostra cucina e la nostra lingua, appena qualcuno autodotato mi dà un passaggio (in bici da Naha è luuuunga) vado a investire i miei risparmi da Eugenio. Mi piacerebbe avere più amici autodotati e sfaccendati, per non parlare dei risparmi. Il locale, in un solo anno e qualche giorno di vita, ha giustamente avuto un successo strepitoso. Ogni volta che ci vado vedo Eugenio, tra una padella e l’altra, prendere a frustate clienti che alla porta scalpitano per entrare a locale già straboccante. Temo che a breve dovrà assoldare un buttafuori. Poteri della cucina autentica e della passione messa nel fare le cose.

http://www.mammalellaok.com/









Un altro italiano finito a Onna per i tanti casi della vita (non ultimo una moglie giapponese), è il romagnolissimo Francesco Barbarossa, di cognome (non so se vero) e di fatto. Mi ha raccontato che il giorno in cui arrivò all’aeroporto di Naha, anche lui circa un anno fa, fece piangere almeno due bambini, con la barbaccia che si porta/va appresso. Qui di barbe non ne circolano granché. Peli a parte, partito da Cervia, trascinatosi per l’Australia e l’Inghilterra, è piombato qui (mi è piombato addosso, seguendo il mio blog) con le idee chiare. Dopo una settimana ha abbordato un tizio per strada e gli ha comprato l’auto. Dopo un mese ha affittato il castello di legno di un mio amico e lo ha trasformato in Centrale Barbarossa. Al catasto Tropicalsurf House. Con un passato da cuoco, Francesco si è dedicato a tempo pieno alla professione che davvero ama: insegnare alla ggente ad andare in surf (e kitesurf e altri gadget vari che non conosco; io mi sono fermato a Un mercoledì da leoni, i dettagli chiedeteli a lui, a volte parla l’italiano). Comprate un po’ di tavole qua e là, ristrutturato il castello di legno, trasformatolo in un bed & breakfast, issato il Tricolore su un pennone del secondo piano e costruito mezzo forno da pizza in cemento in giardino senza dirlo al proprietario (è stato punito dagli dèi: una volta alla settimana la moglie si va a schiantare in auto contro il forno), qualche mese fa ha aperto le porte ai Sigg. Clienti. Il posto è sempre prenotato, anche perché gode di una posizione strategica invidiabile – a breve distanza dalla spiaggia -, prezzi per tutte le tasche, un bellissimo giardino da grigliate, veranda quasi del Connecticut e, last but not least, una piadina succulenta (picchiate Francesco, ve la farà). Se siete amanti delle onde, vi va un po’ di atmosfera italo-internèscional da tropico e non avete voglia di intrupparvi con i surfisti fighetti americani, Tropicalsurf House è il posto che fa per voi. Per favore, dall’Italia portate a Francesco un po’ di rasoi bic, se possibile quelli bilame. Ve ne sarò grato.








domenica 3 gennaio 2016

CI SIAMO SCOFANATI UN OSECHI




どうもありがとうございます to our dear friend Ineko Shimizu and to her nice husband for yesterday inviting us and preparing a superyummy osechi-ryōri (御節料理), a huuuuge meal - that lasts 3 days! - to celebrate the new year.

For all of us it has been a fresh, exciting experience.
Sorry for invading your home with half Italy...
GRAZIE MILLE e BUON ANNO!!!








castagne avvolte in pasta di beni-imo (patata viola dolce), buonissime!